L’usignolo africanoLa musica per le donne e contro la poligamia di Omou Sangaré

La cantante maliana è una delle icone musicali del suo Paese, di cui riprende la tradizione per calarla in un contesto moderno. I suoi versi, amatissimi, hanno dettato il ritmo del cambiamento della società. Read&Listen

copertina del disco di Omou

È una delle grandi cantanti (e autrici) africane. Una diva dei nostri tempi, orgogliosa e fiera. Ma oltre a quella voce alta, melodiosa, potente – definita Sangaré kono, the songbird of Wassolou – la maliana è anche una voce a supporto dell’indipendenza e delle potenzialità inespresse e represse del mondo femminile. Una figura artistica/imprenditoriale di grande successo piuttosto raro nel continente, più frequente nel nostro immaginario in alcune star dello showbusiness americano o europeo.

La sua è una storia di riscatto e redenzione, veramente emblematica di quello che un carattere forte può fare, anche in circostanze apparentemente impossibili. Per questo è tenuta in grandissima considerazione, persino al di là delle sua presenza totemica nel mondo della musica africana. Dove sette album, alcuni di quali record di bestseller nella West Africa, testimoniano una statura artistica suprema e uno stile -la modernizzazione della tradizione popolare- che coniuga passato e presente con estrema naturalezza, stile, rispetto.

Questo album doppio è un ibrido best/inediti che racconta magnificamente il suo percorso: contiene dodici brani dai suoi primi tre album (“Moussolou”, “Ko Sira”, “Worotan”), due inediti e sei canzoni da “Laban”, il suo quarto, l’album africano più venduto alla sua pubblicazione nel 2001.

L’ombelico del mondo, in questa storia, è Wassolou: una regione del Mali, al Sud del fiume Niger che attraversa in Paese, una regione boschiva, verde, ricca di tradizioni ancestrali. Papà e mamma, Sidiki Sangaré e Aminata Diakité, due cognomi che indicano la loro origine di etnìa Fula, provengono da lì, si spostano a nord nella capitale Bamako, e danno alla luce Oumou, terza di cinque fratelli, nel 1968.

L’evento che cambia drasticamente la sua vita, e crea le premesse per il suo futuro artistico, avviene quando ha due anni: il padre prende una seconda moglie, lascia la moglie incinta e gli altri bambini piccoli a Bamako, e si trasferisce ad Ovest, ad Abidjan in Costa d’Avorio. La separazione manda in crisi la moglie, che canta a feste e matrimoni per guadagnare qualche soldo: «Mia madre, le devo tutto», dice Oumou in un’intervista a Pierre Cuny su Songlines (la principale rivista di world music), «la forza che è in me viene da questa donna coraggiosa. Quando mio padre se ne è andato, è stata una catastrofe per noi. Mia madre mi ha detto, “Oumou, ho lottato da sola senza fare compromessi, non mi sono mai venduta o sporcato il nome dei miei figli. Credo in me stessa e in Dio. È stata dura, ma ho lottato”. Non è stato facile. Immaginate una donna in Africa senza un vero lavoro, che di colpo si ritrova sola, con bambini piccoli. È stata molto dura, ma mi ha dato un carattere incredibile. Posso affrontare qualsiasi ostacolo».

Lo scombussolamento familiare è quello che fa emergere la sua natura di combattente. A cinque anni accompagna la madre a cantare ovunque venga richiesto, soprattutto nei sumu, i riti del battesimo o dei matrimoni, e fin da piccola è al centro dell’attenzione per la purezza e forza del suo canto: «Avevo questa energia incredibile quando cantavo, e la gente mi dava soldi: arrivavano da tutte le parti, come la pioggia, come un atto di Dio. Correvo a casa con la maglietta riempita di banconote per mia madre».

A tredici anni è la principale fonte di sostentamento per la famiglia. È lei che mantiene i fratellini quando la madre va a lavorare all’estero in Senegal o Costa d’Avorio. Un giorno Aminata torna a casa e li trova ben vestiti, e chiede stupita «Oumou dove hai trovato tutti questi soldi?», «Mamma io canto adesso. Faccio molti soldi per le strade». La madre scoppia a piangere, «è incredibile, la sofferenza ti ha costretto a diventare una cantante».

Ma ci sono stati momenti durissimi: «Certe volte cantavo solo per consolarmi della mia solitudine. Non avevo una madre sulla cui spalla piangere, non c’erano racconti per mettermi a nanna. Cantavo, e piangevo. Poi mi facevo coraggio, mi asciugavo le lacrime perché non volevo che nessuno le vedesse e uscivo di nuovo fuori».

L’amore e il rispetto per la madre è stata la sua motivazione iniziale, ed è un ricordo che l’ha sempre accompagnata. “Magnoumako”, che vuol dire estrema sofferenza, agonia, è una ballata elettrica con flauto, tastiere e batteria tutta in controtempo – sorta di fusion africana – che Oumou ha scritto per lei.

Nelle note di copertina di “Oumou” ha scritto: «Ha pianto, è stata marginalizzata dalla società, è stata ignorata, ha lottato. Come può una donna africana ascoltare questa canzone senza piangere? Le donne passano la loro intera vita soffrendo: dando la nascita, guardando il figlio crescere e tirandolo sù da sola, e quando il figlio diventa un adulto ben cresciuto, alla madre viene detto di star fuori della sua vita, di non interferire con il suo matrimonio. I soldi che guadagna vanno interamente al padre, se la madre vuole un soldo, deve implorare il marito. Ha fatto tutto lei per il figlio, ma le ricompense e gli onori vanno tutti al padre. Mia madre è rimasta sola, lottando per far quadrare i conti, per crescerci bene. Le sue lacrime scorrevano sempre. Qualche volta di notte ci fissava e piangeva perché non aveva i soldi per darci da mangiare all’indomani. Questo è quello di cui parlo nella canzone, e poi mi rivolgo alle donne di tutta l’Africa: dico tirate la cinghia, sopportate il dolore, perdetevi nei pensieri oscuri, ma tenete duro con entrambe le mani perché un giorno ci sarà luce nella vostra vita. Mia madre ancora oggi, se sente la canzone alla radio, dice di spegnere, non ce la fa a sentirla:

«L’agonia che sopportano le donne, nulla è paragonabile
L’agonia delle donne, la sofferenza delle madri
Quanto ha sofferto mia madre, non ho mai visto nulla di simile».

A 16 anni Oumou parte per una tournée in Europa e nei Caraibi con le Djoliba Percussions, una troupe di danzatori, e ispirata dall’eccitazione della compagnia al ritorno decide di mettersi in proprio.

La musica che le viene spontanea è quella della sua regione d’origine, Wassolou. Un genere musicale che è emerso negli anni 70, creato a Bamako da comunità di emigranti. Nasce dalla fusione di due tipi regionali di musica – come si legge su World Music della Rough Guide” guida dettagliata e imperdibile in due volumi per chi è interessato alla world music.

La prima è quella delle canzoni per i sacred hunters, i “cacciatori sacri”, canzoni in origine cantate solo dagli uomini che sono stati iniziati nel gruppo speciale dei cacciatori nella comunità tribale. Come spiega Lucy Duràn nelle note di copertina, «per centinaia d’anni, fino al XX secolo e al colonialismo francese, i cacciatori sono stati i protettori dei villaggi, i procacciatori del cibo, i guaritori. Hanno ancora un ruolo speciale nella psiche delle genti maliane. Passano lunghi periodi nel bush e conoscono le proprietà guaritrici di piante ed alberi. Sono guaritori e filosofi. La loro musica, suonata sull’arpa a sei corde, si crede abbia poteri magici che proteggono loro e possono ammansire gli animali più pericolosi. L’intenzione di Oumou fin dall’inizio era quella di portare il potere e lo charme di questa musica nelle sue canzoni». È ironico ed emblematico insieme che questo ruolo dei cacciatori, tipicamente maschile, nella musica Wassolou sia stato ereditato proprio dalle donne come Oumou.

La seconda radice è quella della danza acrobatica delle maschere sigi (bufalo) o sogoninkun (testa di antilope), nella quale le donne cantano agli uomini mascherati su un ritmo di due djembè e un tamburo cilindrico, il dundun.

Quando queste due musiche tradizionali si incrociano con altri strumenti, fra cui le chitarre elettriche, sulla scala pentatonica nasce il sound di Wassolou.

I jeli, i griot che in Africa appartengono alla casta che tradizionalmente è incaricata, per discendenza familiare, della musica della comunità nella regione di Wassolou hanno un ruolo marginale perché chiunque abbia talento e desidera suonare e cantare può farlo. Per mostrare che sono musicisti per scelta e non per nascita, si chiamano kono, in inglese songbird, ovvero usignoli, da cui il suo soprannome.

Lo strumento principe della musica Wassolou è la cosiddetta arpa dei cacciatori, la kamele n’goni o donso n’goni, laddove donso è la casta dei cacciatori, e il n’goni è lo strumento, una versione ridotta della classica kora dell’Africa occidentale: un guscio di calabash ricoperto di pelle, con un lungo manico e sei corde.

Nei live di Oumou c’è sempre un musicista che la suona, la sua arpa tenuta appoggiata alla pancia con una tracolla che la fa assomigliare a una chitarra elettrica. Ha il suono della kora, più basso (l’estensione è solo un’ottava contro le quattro della kora), ma ha una spinta ritmica notevole, a volte rafforzata dal karagnan, un tubo di metallo grattato con un bastoncino di metallo. Per i giovani maliani degli anni 70 e 80 ha rappresentato il corrispettivo della chitarra elettrica degli anni ’50 e ’60 in occidente. Rifiutata dagli anziani, che chiamavano questa musica “da bordello” per il suo ritmo nervoso, che invitava i giovani a danze scostumate, questo nuovo genere si diffonde rapidamente, l’Ensemble National Instrumentale incorpora anche due giovani strumentisti, ma per esplodere ha bisogno di una figura di riferimento.

Per incidere il suo primo album – o meglio cassetta, il principale oggetto di diffusione della musica in Africa – Oumou si trasferisce ad Abidjan, dove trova la guida e la competenza di un famoso produttore e arrangiatore, Amadou Ba Guindo, leader della ben conosciuta dance band National Badema.

È il 1990, Oumou ha 21 anni, e la canzone di “Mossolou” (che vuol dire “Donne”, titolo programmatico) con cui diventa istantaneamente popolare è “Diaraby Nene”, scritta a 15 anni: «Non la cantavo in pubblico, era qualcosa di privato. Quando è uscita, è stata una bomba. Ha avuto un impatto enorme. Canto apertamente della passione, della dolcezza delle carezze, di come pongo la mia mano sul petto del mio amore, sul suo stomaco, sulle sue braccia, e di come sento i brividi della passione. Non era mai stato cantato nulla di simile, magari sulle emozioni sì, ma non sulle carezze. Nella canzone chiedo perdono agli anziani di famiglia, perché nella nostra cultura non parla mai di amore di fronte a loro…ma non è colpa mia, sono i brividi dell’amore»:

È solo l’inizio, perché i testi delle canzoni di Oumou danno il via a una vera rivoluzione morale e di costumi in Mali. Riversa nelle canzoni tutto ciò che ha vissuto sulla sua pelle, e si rivolge direttamente ai giovani, a coloro che non sono ancora sposati, e lo fa in maniera appassionata, radicale, e da donna nubile, ruolo e problematiche che conosce bene: come dice sempre, «ascoltate bene quello che ho da dirvi». Figure come la sua sono quelle che possono cambiare il gioco e le cose come sono rimaste per secoli.

I testi dei griot di Stato, che celebravano le gesta degli uomini al potere – dopo la caduta del 23enne regime dittatoriale del Generale Moussa Traorè nel ’91 – vengono accantonati, c’è un momento di ricerca di nuove libertà e opportunità.

I testi di Oumou parlano dei vari aspetti della vita nel suo Paese, come la necessità di coltivare la terra o il dolore dell’esilio per motivi economici, ma soprattutto trattano di ciò che riguarda il mondo femminile: la poligamia, l’impossibilità di una ragazza di rifiutare i matrimoni organizzati dalla famiglia, la repressione che in generale vivono i giovani, e ancora più le giovani, sul manifestare i propri sentimenti e ambizioni. A volte lo fa attraverso metafore, ma più spesso è molto diretta, e per le generazioni più anziane, decisamente shoccante.

«Sin da quando ero bambina, ho sempre odiato la poligamia. Da quando ho cominciato a cantare, all’asilo, vista la mia catastrofe familiare ho pensato che il giorno che avessi preso un microfono di fronte a un pubblico, avrei deplorato coloro che si sposano con quattro donne, e coloro che forzano i figli in matrimoni combinati. Ho avuto molti problemi all’inizio, ai primi concerti gli uomini aspettavano in macchina le donne che entravano. Ma poi alcuni sono entrati, e poi di più. Molte giovani donne mi ascoltavano ed erano d’accordo con me, e hanno cominciato a rifiutare matrimoni forzati. Quando i genitori tentavano di imporsi si rifiutavano, ma non potevano esprimere il dolore che provavano. Ora avevano qualcuno che poteva aiutarli a gridare quello che sentivano».

In un articolo su Songlines di Nigel Williamson, si racconta di come Nick Gold, produttore per la World Circuit che aveva già messo sotto contratto Ali Farka Tourè, in un viaggio a Bamako si è trovato a non poter sfuggire da quel primo album: «Era ovunque. Appena lasciavi un caffè dove lo stavano suonando, il testimone era raccolto da una macchina di passaggio, e poi da un banco al mercato. Per una settimana, ovunque andassi, ascoltavo Oumou». È un’esperienza simile a quella che ho avuto in Jamaica una notte, camminando a Negril all’uscita di ”Survival” di Bob Marley, è la penetrazione e l’influenza di coloro che in quel momento sono eroi nazionali, o parlano a nome di un intero popolo.

«Le donne se la passano male in Africa. Non abbiamo voce, i nostri uomini parlano per noi. Il mio ruolo è quello di parlare direttamente alle donne attraverso le mie canzoni, esser un esempio e un punto di riferimento e mostrar loro che possono prendere le loro decisioni. Sono stata la prima che ha cominciato a parlare di correggere le ineguaglianze e le ingiustizie che le donne ancora sopportano in Mali».

Una canzone presa dal secondo album “Ko Sira” (traducibile con “il matrimonio Oggi”), “Dugu Kamalemba”, parla proprio di coloro che rincorrono le ragazze, gli skirt chaser. «Questa è una canzone sulla poligamia. Spesso gli uomini che sposano più di una donna sono solo cacciatori di gonnelle. Cercano di sedurre chiunque abbia una gonna. In Mali, la prima moglie è generalmente scelta all’interno della famiglia estesa. Per cui le dirà “tu sei mia sorella! Anche se mi sposerò una seconda volta, tu sei la migliore perché noi abbiamo lo stesso sangue». Poi porta in casa una seconda moglie, e le dice «tu sei la mia preferita. Perché? Tu mi darai bambini meravigliosi, la prima mi è stata data dalla mia famiglia, ma tu sei frutto della mia scelta». Poi ne sposa una terza, e le dice «tu sei la fortunata in questa casa. La prima mi è stata imposta, la seconda è successo così, ma tu sei quella che voglio veramente». Per cui la terza è tutta piena di sé pensando di essere la favorita. Poi ne sposa una quarta, e le dice «tu sei l’ultima, e la migliore, le altre sono vecchie, tu sei giovane e non mi sposerò mai più». Certo che è vero, dato che per la legge musulmana puoi avere al massimo quattro mogli. Per cui questa quarta pensa di esser la migliore. E litigano tutte fra loro, il womanizer, il conquistatore, ha sempre problemi a casa fra le mogli»

«Lui mi seduce, mi seduce fino al punto in cui
Tutto il resto esce dalla mia testa tranne lui
Oh il conquistatore conosce l’arte della seduzione
».

Nonostante sia solamente acustica, il brano incalza e spinge in maniera irresistibile, strofa – e moglie – dopo strofa, la voce di Oumou alta e squillante, sarcastica e provocatoria.

“Sigi Kuruni”, il “panchetto del matrimonio”, è una canzone che le donne anziane cantano alle giovani per educarle al matrimonio: «Quando ti sposi tuo marito ti fa sedere in basso, e ti dice cosa si aspetta da te, in primo luogo l’obbedienza. È una canzone per la quale sono stata travisata, perché l’ho voluta fare esattamente come la cantano ancora nei villaggi, ma conoscendo il mio pensiero e la mia campagna per i diritti delle donne, avrebbero dovuto capire che la intendevo con ironia. Mia madre questa non me l’ha mai cantata, perché la sua attitudine con me era “vai fuori e fai le tue scelte. Sei libera!”». E c’è “Baba”, nella quale elogia i mariti che trattano le mogli in maniera giusta: “oh papa, papà dei miei figli, con il tuo braccio forte avvolto intorno alla mia vita, mi stai quasi rompendo i fianchi!”.

Ma non c’è solo femminismo africano nei suoi racconti in musica. Dal terzo album “Worotan” (che vuol dire “10 Noci di Kola”, il prezzo per poter sposare una donna) è qui incluso un brano dal lentissimo incedere, solo basso, kamele n’goni, flauto e chitarra (suonata da Nitin Sawhney) è un canto personale, addolorato, fatto di atmosfere interiori: “Djorolen”, che vuol dire preoccupazione, ansia, «è un grido disperato. Io sono la songbird, nella mia cultura è così che si chiama il o la cantante, e sto parlando al mio pubblico. Chiedo loro di ricordarsi dei poveri, di coloro che non hanno potere, nessuna voce o speranza. Spesso sono gli orfani, o coloro che perdono da giovani i loro genitori, che hanno i problemi più grandi. L’ho scritta perché la povertà sta peggiorando in Africa, le guerre stanno creando così tanti orfani:

La songbird preoccupata canta nella foresta, i suoi pensieri corrono lontano
Per coloro che non hanno un padre, è a loro che vanno i suoi pensieri
”.

Lo stesso brano è anche ripreso – molto curiosamente – in un remix alla Kruder&Dorfmeister, downbeat atmosferico, uno stacco notevole rispetto a tutto il resto, a parte “Ne Bi Fe” (“ti amo”), che ha un arrangiamento molto particolare: un trip hop in cui c’è una batteria con un’eco spaziale, spazzola sul rullante dilatata, in cui le parti vocali e un organo ricevono un trattamento dub veramente insolito, entrambe mixate dai Delta Rythm.

E a proposito di sonorità da club o da dancefloor, “Yala” ha quel ritmo e quel suono: «parla delle conseguenze del vagare per le strade senza nulla di buono in testa. Metto in guardia le giovani, se state per strada tutto il tempo, qualche womanizer vi prenderà, e saranno solo problemi. È una canzone che volevo far arrivare a tutti, e quale maniera migliore di una canzone orecchiabile e un ritmo ballabile, che catturi i ragazzi in pista?».

Ci sono due canzoni che parlano di vita e di morte. Una è “Laban”, che dava il titolo all’album di due anni prima uscito solo su cassetta in Mali. Sempre nelle note di copertina, Oumou racconta: «”“Laban” non è una canzone sulla morte, ma su quello che è il tuo ultimo momento su questa terra. Prima o poi ognuno si chiede, come arriverà al termine la mia vita? Morirò nel mio letto? quello è il desiderio di ognuno di noi. O sarà su un aereo, o in macchina, o in un incendio? È un mistero come finirà, ma saremo aiutati se abbiamo un cuore buono, se siamo stati sinceri con noi stessi, se abbiamo compassione per gli altri. La stiamo perdendo, i nostri cuori si sono induriti. È una canzone con una morale, e magari una persona cattiva ci penserà due volte prima di fare del male. Perché la soluzione al mistero di quell’ultimo attimo è dentro di noi. La gente in Mali ama questa canzone».

La seconda è “Saa Magni”, molto più lenta, atmosferica, sofferta, e non a caso: è ispirata e dedicata a Amadou Ba Guindo, «il mio primo insegnante, colui che mi ha aiutato a cantare, perché fino a quel momento ero abituata a cantare alle celebrazioni di strada, che erano un po’ caotiche. Lui mi ha aiutato a orchestrare il mio canto. Quando è morto, all’improvviso, così, mentre ero in tour in Niger, pensavo che non sarei più stata in grado di continuare a cantare. Nella canzone dico “la morte non ti lascerà stare, che tu sia ricco o popolare, o se hai bambini piccoli. La morte ha bisogno di te, ti verrà a cercare ovunque tu sia e ti porterà con sé, la morte è terribile, o miei fratelli, Guindo si è sdraiato per sempre”»

Ci sono canzoni come “Woula Bara Diagna” dedicata ai Julas, i commercianti del Mali, che fanno viaggi lunghissimi in groppa ai loro asini per vendere le loro mercanzie in terre lontane, «una canzone di nostalgia per tutte le donne i cui mariti che hanno intrapreso lunghi viaggi. Suono la campanella per loro, per ricordargli di tornare a casa».

“Maladon”, nella quale si rivolge alle persone africane, «dove c’era una antica usanza – prima che arrivasse l’Islam, e prima dei bianchi – di rispettare la parola data e la tradizione dell’ospitalità, dell’accoglienza. Ma ora vedo che alcuni Paesi africani espellono intere comunità di rifugiati, è una cosa che mi aspetterei da un Paese europeo, non nel nostro continente. Mi addolora, perché una volta non era così. Anche se coloro a cui dai ospitalità non lo riconoscono, Dio in cielo lo farà, e lo dico perché qualcuno dirà che non ha senso essere buoni con le persone, non c’è più gratitudine. Ma se qui in Africa dici che Dio li ripagherà, per loro vuol dire molto. Mia madre ci faceva dormire per terra, quando c’erano ospiti, e se non c’era abbastanza cibo per tutti ci diceva di aspettare il prossimo pranzo. Era la nostra bellissima tradizione, una filosofia africana».

C’è “Sabu”, una vecchia canzone del repertorio dei “cacciatori” che ricorda la legge del karma orientale: «nella filosofia Bambara crediamo che tutto quello che succede nella nostra vita è frutto degli eventi passati o delle nostre azioni. Se non riconosciamo la sorgente dei buoni eventi della nostra vita e ricordiamo cosa gli altri hanno fatto per noi, lo rimpiangeremo quando saremo sul letto di morte».

La doppia polarità di questo disco, sia nei suoni che nell’ispirazione – tradizione acustica da una parte e modernità dall’altra, con i relativi strumenti – è il doppio binario su cui si muove, con grande equilibrio. “Wayeina” è un canto tradizionale in lingua Sonrai in cui acustico ed elettrico si sposano magnificamente.

C’è “Kayi Ni Wura”, un sontuoso intreccio fra il kamele n’goni, il violino, la sua voce e i cori, un vecchio brano tradizionale ascoltato da bambina nel quale si ricorda che all’inizio di ogni intrattenimento nel villaggio, come le danze in maschera, bisogna salutare e render omaggio agli jinn, gli spiriti protettori del villaggio. C’è ‘N’Guatu’, una canzone tradizionale che viene cantata durante la stagione delle piogge da coloro che lavorano la terra. «Credo che la terra sia l’unica cosa che non tradisce mai gli uomini. I ragazzi di oggi dicono che non c’è lavoro qui, ma i nostri antenati vivevano meglio di adesso, non dovevano viaggiare, lavoravano la terra. Io incoraggio i giovani a lavorare duro, gli dico che sotto la terra troveranno diamanti, oro, mucche, perché una volta che è stata pulita e seminata, la terra ti può dare frutti che potrai vendere e guadagnare».

E anche da quel punto di vista la Sangaré è un esempio di donna di successo: ha investito bene i suoi soldi, ora possiede un hotel di 20 stanze a Bamako, l’Hotel Residence Wasulu, che è anche – ora che in parte del Paese è stata bandita dagli integralisti la musica – un santuario dove lei e altri musicisti sono liberi di suonare. Ha una grande fattoria dove coltiva la terra, produce il riso “Oumou Sangaré Rice” e alleva animali. Quando ha scoperto un fuoristrada 4×4 a buon prezzo di produzione cinese, ha voluto conoscere l’importatore – suo fan – e da lì è nata l’idea di fare una linea col suo nome “the Oum Sang”, e di avviare, col benestare del Presidente maliano, una fabbrica per produrlo in patria.

Ha insomma il senso degli affari, e nonostante dica che la musica è sempre la sua prima attività, la distanza con la quale escono i suoi album (solo 7 in 30 anni) fanno intendere che se da una parte non vuole farsi mettersi fretta o pressioni dal mondo discografico (ogni sua uscita è attesa febbrilmente), ha anche tante altre cose per la testa.

Non ultima, quella di avere un erede. “Denko” parla proprio di questo, del fatto che dopo il matrimonio per molto tempo un figlio non arrivava, «c’è un detto che non arriva se hai troppo successo: ma penso sia solo una maniera di scoraggiare le donne dall’intraprendere una carriera da artista professionista. Quando ho avuto mio figlio è stata una gioia immensa, ma ho pensato a coloro che non possono avere figli, “i miei pensieri vanno all’attività dell’avere bambini”».

A volte per capire un Paese è più facile ascoltare la sua musica che leggere trattati di geopolitica. Oumou, Goodwill Ambassador per la FAO, è personalità di livello nazionale nel suo Paese, e attraverso i suoi album racconta il Mali e ne dà un ritratto che tutti possono capire. Musulmana ma contro ogni fondamentalismo, «credo che il rispetto degli altri sia fondamentale, quello sì», agisce attraverso la musica per alleviare le tensioni nel suo Paese e portare consapevolezza.

È una donna forte, passionale, carismatica, anche fisicamente imponente, con il suo metro e ottanta fasciato a ogni concerto in abiti dai colori sgargianti, pettinature che cambiano continuamente, trucco e accessori che catturano l’occhio prima ancora che la sua voce straordinaria, il Sangaré kono, si levi in volo. È un’icona e un modello per coloro – e in particolare per le donne – che vedono in lei la possibilità di riscatto, redenzione e un ruolo in un Paese travagliato sospeso fra tradizione e modernità, passato e futuro.

E dal vivo è una potenza: Questi sono due concerti integrali. Il primo ad Abidjan, con i riti sul palco tipici del concerto africano

Il secondo, europeo, è ancora più potente musicalmente

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