Da guardareI film e le serie tv più interessanti del 2021

Per il cinema è stato un anno ricco di nuove e vecchie uscite con alcuni capolavori e sonore delusioni. Mentre il mondo dello streaming sembra non aver risentito della pandemia e continua a fornire prodotti di qualità sempre più alta

di Felix Mooneram, da Unsplash

Per un 2020 che finiva con “The Midnight Sky”, c’è un 2021 che invece lo fa con “Don’t Look Up”. Hanno poche cose in comune, a parte una, fondamentale: l’imminente fine del mondo. Una cornice ben poco ottimista per un anno che, al contrario, ha visto uscire film molto belli, a volte anche bellissimi, insieme a qualche sonora delusione (“Gucci” si parla di te).

Nella confusione delle proiezioni rimandate causa pandemia si sono incrociati allora titoli del 2020 a titoli del 2021, mentre altri che erano stati annunciati, come l’ennesimo della saga di Mission: Impossible, slittano al 2022, mentre le sale aprono e chiudono a seconda dei contagi. In ogni caso una lista si può fare, e si fa.

Per i primi posti i dubbi sono pochi. Si tratta di scegliere tra “Drive My Car”, del regista giapponese Ryusuke Hamaguchi, che mette in scena un racconto di Haruki Murakami sul rapporto silenzioso ma profondo che si instaura tra un vedovo e un’autista, oppure “Madres Paralelas”, di Pedro Almodovar, con Penelope Cruz e Milena Smit, un film intenso sul rapporto tra madri e figlie, in una storia che si dipana per generazioni (di più non si deve dire), oppure ancora – e c’entrano sempre le madri – “Quo Vadis, Aida?” (che sarebbe appunto del 2020), della regista bosniaca Jasmila Žbanić, con Jasna Đuričić nei panni di Aida, un’interprete dell’Onu, che cerca di salvare la famiglia durante il massacro di Srebrenica. Asciutto, senza retorica e per questo, forse, ancora più forte.

Subito dopo “Minari”, del regista coreano Lee Isaac Chung (del 2020, ma in Italia è stato distribuito nel 2021). Acclamato agli Oscar, forse sull’onda del successo di “Parasite”, è la storia di una famiglia di immigrati dalla Corea che cerca di far fortuna in America coltivando prodotti della loro terra. Fondamentale, per la tenuta della coppia e per i nipoti, sarà l’arrivo della nonna (Youn Yuh-jung, che grazie a questa interpretazione ha vinto la statuetta).

Per passare a temi più leggeri, “Another Round”, di Thomas Vinterberg con Mads Mikkelsen è una delle produzioni che hanno meritato di più. Sono i quattro professori delle scuole superiori che, per un esperimento (e per cambiare le loro vite) provano a essere sempre un po’ ubriachi. Una commedia segnata da molta amarezza, voglia di riscatto e alcol a fiumi, uscita in Italia nel 2021.

The French Dispatch”, cioè la «dichiarazione d’amore per il giornalismo» di Wes Anderson è uscito a novembre, con un cast stellare, compreso il solito Bill Murray, Léa Seydoux, Tymothée Chalamet, Benicio Del Toro. Tre storie di reportage raccontate sempre con toni lunari, surreali e ipersimmetrici.

Parlando di Chalamet, non si può non citare “Dune”, di Denis Villeneuve. La trasposizione – in realtà è solo la prima metà della prima parte – del romanzo di Frank Herbert, cult per gli appassionati. Un film potente per la resa, gli effetti speciali e le interpretazioni. Soprattutto, è stato apprezzato dagli esigentissimi fan della saga.

Luca”, al contrario, è stato una semplice e felice sorpresa. Il lungometraggio della Disney, diretto da Enrico Casarosa, è un piccolo gioiello. È la storia di due mostri marini che si trasformano, sulla terraferma, in ragazzini, del loro rapporto di amicizia e di quello con la bambina del paesino di pescatori. È anche la storia di un amore: quello per la Vespa.

Dal Festival di Cannes quest’anno Nanni Moretti si aspettava di più. Il suo “Tre piani”, tratto dall’omonimo romanzo di Eshkol Nevo, non ha vinto e non ha scaldato la critica. Eppure va guardato, è morettiano quanto basta (nonostante la sceneggiatura non sia originale).

In coda c’è, ma non per demerito, l’ultimo di Paolo Sorrentino: ”È stata la mano di Dio”, sorta di autobiografia cinematografica, è un ritorno – forse definitivo – a Napoli, al dolore vissuto, alla sua riconciliazione con il passato.

Infine “Freaks Out” di Gabriele Mainetti, commedia surreale e magica ambientata nella Seconda Guerra Mondiale. Un ritorno felice, dopo “Jeeg Robot”, che trasporta lo spettatore nelle atmosfere di un circo di freak sotto le bombe. Originale, prima di tutto.

Tra le esclusioni eccellenti c’è quella, dolorosa, per “Il potere del cane”, di Jane Campion, ma anche quella del noiosissimo “Nomadland” di Chloé Zhao. Ha vinto l’Oscar, certo. Ma a conti fatti non vale il prezzo del biglietto.

Serie tv
Sulle serie televisive c’è stata molta vivacità. L’ultima stagione di “Succession” (Sky), prodotta da Adam McKay– forse una delle serie migliori in circolazione – arriva a chiudere il cerchio nella famiglia Roy e mettere ordine (o qualcosa di simile) nelle lotte per il controllo del colosso aziendale. Una sorta di Dynasty turbo-capitalista (detto dal New York Times) con un ottimo cast.

L’Italia ha fatto il suo compitino e, stavolta, lo ha fatto abbastanza bene. “Strappare lungo i bordi” (Netflix) di ZeroCalcare è una serie animata, ha puntate brevi ed è un’immersione nell’universo del fumettista romano, che apprezza di più chi lo conosce già. Ma la storia funziona, tra lacrime e battute.

Al terzo posto “Calls”, serie tv di Apple Tv, anomalissima: è costituita solo da dialoghi telefonici (non ci sono riprese: il video è composto da geometrie in movimento, che seguono il ritmo della musica e delle scene). Un esperimento che gioca sulla comunicazione, il tempo e le strade cambiate da scelte sbagliate.

Sotto il podio c’è “Squid Game”, di Hwang Dong-hyuk (Netflix). Il suo successo universale e la forza dell’idea (che pure non è originale, ma tant’è) compensano i suoi difetti strutturali. Nel giro di poco è diventata un fenomeno globale, attirando riflessioni ed editoriali che si sono concentrati sul suo valore di metafora del capitalismo, dimenticandosi della deprecabile (ma antica) passione umana per la violenza, soprattutto gratuita.

Non si può non parlare di “Omicidio a Easttown”, diretta da Craig Zobel (Sky) con Kate Winslet nel ruolo della protagonista, Mare, una detective impegnata nel risolvere un caso di omicidio particolare vicino a Philadelphia. Le indagini si intrecciano a una vita privata tormentata e piena di dolore, mentre la soluzione del caso si fa sempre meno lontana.

The White Lotus” (HBO), di Mike White, è stata un successo di critica. La serie, ambientata in un resort hawaiano, segue con sguardo satirico le vicende dei suoi ospiti e degli inservienti. È fresca, intelligente, appassionante. Senza dubbio preferibile alla gemella “Nine Perfect Strangers”, di Jonathan Levine (Prime Video) con Nikole Kidman. Anche questa è ambientata in un resort per ricchi. Le promesse seminate nelle prime puntate, purtroppo si disfano in un finale deludente.

La direttrice”, con Sandra Oh (Netflix) segue invece le difficoltà della prima donna direttrice del dipartimento di inglese della Pembroke University. Difficoltà che derivano dagli affetti personali, le sfide dei colleghi e la mania del politicamente corretto che infesta gli istituti anglosassoni.

Una piccola gemma è “Dickinson”, serie arrivata alla terza stagione, che racconta con un certo piglio la vita della poetessa americana Emily Dickinson. Il New York Times la adora, tanto da perdonare certi anacronismi.

A chiudere la lista c’è la Francia. “Chiami il mio agente” di Fanny Herrero (Netflix) è alla sua quarta stagione, è una sorta di soap opera divertente che racconta le avventure di una agenzia di attori. Tra i suoi meriti sono le comparsate di attori celebri che interpretano se stessi.

All’ultimo la seconda stagione, sempre Netflix, di “Lupin”, di George Kay e François Uzan, con Omar Sy. Sia chiaro, rispetto alle aspettative sollevate – a sorpresa – e alla prima stagione è al di sotto, ma non di troppo. L’agilità divertita con cui il ladro gentiluomo riesce sempre a cavarsela continua a piacere. In più ha il merito di finire proprio un secondo prima che cominci ad annoiare.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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