Idee, diritti, politicaLa versione di Ivan è un invito ad avere il coraggio di un pensiero diverso da quello dominante

Il libro del senatore Scalfarotto, di Azione-Italia Viva, è un viaggio nella memoria e della memoria in cui l’autore ripesca aneddoti e testimonianze dirette per dare al lettore gli strumenti necessari ad affrontare i tempi difficili che stiamo vivendo

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A prima vista, pur non trattandosi di lungo e noioso poema epico, verrebbe da citare il callicamacheo «μέγα βιβλίον, μέγα κακόν». Di fronte a 414 pagine è infatti difficile non arricciare un po’ il naso e giungere alla sommaria conclusione del «grande libro, grande male». Ma “La versione di Ivan. Storia di un resistente negli anni del populismo” (La nave di Teseo, Milano 2022, 22 euro), uscito martedì, è tutt’altro. A partire dallo stile accattivante e, cosa null’affatto scontata, dal bell’italiano.

Sono infatti lontani i tempi, in cui le aule di Montecitorio e Palazzo Madama echeggiavano abitualmente d’interventi formalmente accurati e in cui i relativi scranni erano occupati da donne e uomini, così padroni della nostra lingua, da essere competenti anche in latino: tra i casi celebri basterà citare, anche perché sedettero alla Camera o al Senato nelle medesime legislature, Alessandro Natta e Paolo Bufalini per il Pci, Giulio Andreotti e Gerardo Bianco per la Dc, Giorgio Almirante per il Msi.

Ma “La versione di Ivan” è soprattutto un viaggio nella memoria e della memoria, che veleggia i mari degli ultimi dieci anni di battaglie politiche. Di alcune di esse, e tra le più importanti, l’autore è stato testimone diretto e a volte protagonista.

Vicepresidente del Partito Democratico dal 2009 al 2013, quattro volte sottosegretario di Stato, attuale senatore di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, che in Parlamento siede da tre legislature, svela con parresia retroscena inediti e ripercorre senza infingimenti l’iter di lotte, che continuano a interrogare e far discutere: la contrastata approvazione della legge sulle unioni civili, la proposta di riforma costituzionale Renzi-Boschi bocciata dal referendum popolare del 4 dicembre 2016, il naufragio del ddl Zan, l’ascesa e la caduta del Conte II.

Quella di Scalfarotto è una narrazione altra rispetto a quella dominante. Resta sì “la versione di Ivan”, nondimeno è anzitutto memoir, e per ciò stesso autentico, di chi ha avuto sempre coraggio delle proprie idee e passione per i diritti, pagando spesso l’uno e l’altra al duro prezzo di attacchi di schieramenti non solo avversari ma anche amici o comunque presunti tali. Ne sono caso emblematico quelli venienti dai movimenti Lgbt+, anche se non sono mai mancati esponenti illustri, quali, ad esempio, Franco Grillini, Yuri Guaiana, Paolo Patanè, che gli hanno mostrato aperta e costante stima.

Omosessuale dichiarato dai primi anni Duemila – al coming out in famiglia nel 1992 e sul posto di lavoro nel 2002, quando era direttore delle risorse umane di Citigroup a Londra, tenne dietro quello fatto a Concita De Gregorio in un’intervista comparsa il 6 agosto 2005 su La Repubblica –, fondatore nel 2010 e oggi presidente onorario di Parks – Liberi e Uguali (associazione tra imprese per la valorizzazione di una cultura dell’inclusione delle persone Lgbt+ nei luoghi occupazionali), unito civilmente con Federico Lazzarovich dal 2017, Ivan Scalfarotto si è fatto strada con le sue forze, non già perché “gay di professione” o perché espressione del mondo associativo arcobaleno.

Ragione, forse questa, primaria di un’animosità spesso dai toni scomposti e parossistici, che, mai sopitasi nel tempo, si è acuita lo scorso anno, quando il 27 ottobre, naufragato il ddl Zan a Palazzo Madama con l’approvazione della cosiddetta “tagliola” per ben ventitré voti di scarto – i senatori di Iv in Aula erano 12 –, i movimenti Lgbt+, ne hanno addossato la colpa ai renziani e in particolare a Scalfarotto, per giunta, all’epoca, deputato e sottosegretario all’Interno. Che non a caso vi dedica le oltre quaranta pagine del capitolo 3 dal titolo La profezia che si autoavvera.

Ecco perché La versione di Ivan è innanzitutto monito e invito ad avere il coraggio di un pensiero diverso per affrontare i tempi difficili che stiamo vivendo. «Al mondo chiuso e costruito sulle paure dei populisti e dei sovranisti, alla “Nazione” di cui Giorgia Meloni non smette di parlare – così il senatore e attivista Lgbt+ a pagina 403 – dobbiamo dunque contrapporre un’idea speculare e alternativa. È la Repubblica, quella disegnata dalla Costituzione: una società aperta e mobile, inclusiva e accogliente, laica, fatta di diritti e di doveri, che celebra le proprie differenze come una ricchezza e rimuove gli ostacoli che si frappongono all’uguaglianza tra i cittadini. Un paese consapevole delle proprie possibilità e capace di farne l’uso migliore. La Repubblica non è sovranista per natura, è disposta anzi a limitare la propria sovranità per raggiungere l’obiettivo di un mondo multilaterale, pacificato e cooperativo».

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