Eretz IsraelNetanyahu potrebbe chiudere la stagione del sionismo come movimento liberale e democratico

Con la radicale svolta a destra degli ultimi mesi, il primo ministro vuole eliminare il potere delle istituzioni che storicamente hanno garantito l’assetto democratico del Paese, e nega la possibile esistenza di uno Stato palestinese ponendo fine al principio di «due popoli, due Stati» per riprendere quello «due popoli, uno Stato» già slogan dell’islamismo radicale

AP/Lapresse

Non più «due popoli, due Stati», ma «due popoli, uno Stato». Questo è uno dei tanti, uno dei primi obiettivi della radicale svolta a destra che il governo di Benjamin “Bibi” Netanyahu sta imponendo a Israele. Questo è anche il risultato della riforma dei poteri dello Stato imposta lunedì scorso dall’esecutivo più a destra della storia dello Stato ebraico. Impedendo ora per legge alla Corte Suprema di applicare il “criterio di ragionevolezza” per cassare provvedimenti del governo si mira, tra l’altro e in primis, a impedire l’annullamento delle continue leggi e decreti che autorizzano l’impianto di nuove colonie in Cisgiordania.

Dunque un obiettivo preciso di questa riforma, che non solo distrugge il bilanciamento dei poteri tra potere politico e giudiziario, ma che concretizza l’ideologia dei due partiti di estrema destra – uno dichiaratamente fascista e xenofobo, che lo stesso Netanyahu ha inserito nella sua coalizione.

Questa ideologia ha un nome nel lessico politico israeliano: Eretz Israel, Terra di Israele, il territorio che Dio avrebbe assegnato agli ebrei e che comprende – questo è il punto – anche la Giudea e la Samaria, cioè la Cisgiordania.

È questo l’obiettivo storico dell’ala destra – ultra minoritaria sino a questa svolta di Netanyahu – enucleata nel primo Novecento da Ze’ev Jabotinsky, straordinario personaggio che fu determinante nello schierare militarmente i sionisti al fianco degli inglesi contro l’Impero Ottomano nella Prima guerra mondiale e contro i nazisti nella Seconda guerra mondiale, nonché ideologo di quello che sarebbe stato il Likud.

Ma Jabotinsky, che mirava appunto a formare in tutto l’allora mandato inglese un unico Stato, quello ebraico, aveva una concezione liberale e prefigurava l’assoluta, totale parità di diritti tra i cittadini ebrei e arabi di Eretz Israel. Ma soprattutto, Jabotinsky che morì di infarto nel1940 e i suoi eredi furono sempre nettamente emarginati e sconfitti dalla corrente ultra maggioritaria del sionismo, quella guidata da David ben Gurion e Chaim Weizmann – che sin dalla proclamazione della nascita dello Stato il 14 maggio 1948, e poi infinite volte, hanno prefigurato l’obiettivo di «due popoli, due Stati».

Per contro, l’avventurista dirigenza palestinese, prima e fino agli anni Sessanta del nazista Gran Muftì di Gerusalemme, poi di Yasser Arafat, e oggi di Hamas e Jihad Islamica, ha negato risolutamente questa soluzione. E si è sempre prefissa l’obiettivo storico di distruggere Israele, costruire uno Stato arabo-islamico «dal Giordano al mare», eliminando «dalla faccia della Terra l’entità sionista». Di nuovo, «due popoli, uno Stato», quello arabo in questo caso.

Non così l’Autorità Nazionale Palestinese guidata dal 2006 da Abu Mazen, che però è naufragata in un mare di corruzione e inefficienza, al punto che si rifiuta da tredici anni di convocare le dovute elezioni nella certezza di perderle.

In questa situazione di stallo, Bibi Netanyahu, nei lunghi quindici anni in cui è stato premier, ha approfittato della debolezza intrinseca di una dirigenza palestinese dilaniata – e che nel 2000, con Yasser Arafat, aveva incredibilmente rifiutato la restituzione piena del novanta per cento dei Territori occupati per installarvi il suo Stato – per mantenere lo status quo, senza negare mai apertamente la futura creazione di uno Stato arabo in Palestina, ma senza mai fare nulla – anzi – per concretizzarlo.

Ma, dopo ben quattro elezioni in tre anni da lui perse, nel 2022 Bibi Netanyahu ha deciso di abbandonare gestione liberale ed equilibrata sino allora mantenuta e – pressato da due processi per corruzione – ha deciso di togliere dall’insignificanza e da continui rovesci elettorali due partiti di estrema destra: Potere Ebraico di Itamar ben Gvir, successore del rabbino fascista e terrorista Meir Kahane, e il Partito Sionista Religioso di Bezael Smotrich che si definisce «fascista e omofobo».

Inseriti nella coalizione del Likud, e quindi per la prima volta legittimati, i due partiti hanno ottenuto venti seggi, assolutamente determinanti per ottenere la maggioranza alla Knesset. Di conseguenza, Netanyahu ha virato il governo nettamente verso l’estrema destra e si è posto l’obiettivo di eliminare il potere delle istituzioni che storicamente hanno garantito l’assetto democratico di Israele: in primis la Corte Suprema. Sullo sfondo di questa politica avventurista, appunto, una Israele che nega risolutamente, nei fatti, attraverso l’estensione senza limiti delle sue colonie, la possibile esistenza di uno Stato palestinese. Insomma, la fine del sionismo come movimento liberale e democratico. Questa è la partita che si gioca oggi nel braccio di ferro tra il governo e la piazza israeliana.