Champagne a Venezia L’ennesimo articolo passatista di Soncini, però voialtri proprio ve lo cercate

Nelle foto sul red carpet del Festival del Cinema ho visto Sangiuliano dove sessant’anni fa c’era Paul Newman. È il simbolo di quest’epoca decadente, peraltro segnata dallo sciopero di Hollywood che ci costringe a vedere dei rapper con i piercing invece di vere star

Gian Mattia D'Alberto/ LaPresse

Ogni giorno io mi riprometto di smetterla con questo tic che prima-era-meglio, con questo feticismo del passato, con questa convinzione che una volta esistesse il bello e ora esista TikTok. Ogni giorno mi riprometto di smetterla di sembrare la Dc che pensava che la tv a colori avrebbe devastato le menti degli italiani (aveva ragione).

Però al festival di Venezia del 1963 c’era Paul Newman. Ieri sono andata recuperarne le foto per usarle in una storia di Instagram, e poco prima mi erano passate davanti le foto di Sangiuliano sul red carpet della serata d’apertura di Venezia 2023, e lo so pure io che è bullismo paragonare Paul Newman a Gennaro Sangiuliano, ma mica è colpa mia.

Lo so pure io che Isabella Rossellini che instagramma la foto di sé e Scorsese su un motoscafo alla Venezia del 1979, oltre che bullismo, è anche macchia di Rorschach del presentismo, con tutti i commentatori che lasciano detto che loro mica lo sapevano lei fosse sposata con Scorsese, e non ho cuore di aprire le foto che posta di Ingrid Bergman e scoprire gli immancabili «ma come mamma, io non sapevo fosse tua madre»: la storia del cinema la ignorano e pazienza, ma ne sanno pure meno delle celebrità che seguono sui social di quanto ne sapesse mia nonna sfogliando Gente.

Non è colpa di nessuno, è andata così: esisteva il bello, ora esistono i telefoni con le telecamere. Non è colpa di nessuno, anche se la situazione ha tante aggravanti.

Lo sciopero degli attori americani che fa diventare quello dell’inaugurazione un red carpet davanti al quale ci consoliamo guardando Elisabetta Franchi e riflettendo su come si sia passati dalle starlette mezze nude ai piezz’e core (Favino si è portato alla première la figlia).

Instagram, sul quale tutte ma proprio tutte ci fanno vedere come si truccano come si vestono da chi sono sponsorizzate, e io riesco solo a pensare alla invereconda quantità di soldi che se ne va in quella tamarrata che sono i festival di cinema, soldi più buttati di quelli con cui mandi un inviato al Twiga a dirci che l’ombrellone costa seicento euro, soldi con cui si potrebbe produrre qualcosa di veramente culturale: non so, una puntata di Temptation Island.

Ieri una mia amica con una vocazione per la permalosità e i predicozzi ha fatto una tirata contro non so quale Brocco81 che le aveva scritto qualcosa come «cosa ci fa una come te a un evento culturale», ed è un peccato che le mie amiche non mi consultino prima di prodursi in mezza giornata di polemica, perché potrei rendermi utile a mettere a fuoco la questione.

A Brocco81, invece di rispondere accusandolo di classismo culturale (cosa pure vera, per carità), andrebbe detta la verità: ma quale evento culturale. È una prima mondana, è culturale come lo è l’inaugurazione del Billionaire. Non è che siccome c’è il film allora si principia il culturale, magari era così una volta quando i film erano fenomeni autenticamente popolari. Adesso dei film non gliene frega più niente a nessuno, e a dimostrarlo sono i fantastiliardi incassati da “Barbie” e “Oppenheimer”.

La gente non va al cinema per vedere il film, ci va se quel film diventa un evento, e quello di “evento” è un concetto incompatibile con l’aggettivo “culturale”. L’eventizzazione è quanto di più analfabeta possa capitare al mondo, l’eventizzazione è quando al cinema ci vai per la ragione per cui io in quinta liceo mi misi a vedere “Beautiful”: per non sentirmi messa in disparte. L’eventizzazione è che al cinema ci vai per fare la foto al biglietto, o a te stessa vestita di rosa, o per creare un “contenuto” (altra parola da coppini) sui social, non certo perché te ne freghi qualcosa del film, che comunque non sei più in grado di guardare perché la tua capacità d’attenzione è a brandelli avendola tu nutrita con dei TikTok di due minuti.

Poi ho promesso a me stessa di smetterla con questa nostalgia di quando la valle era verde e Paul Newman faceva il bagnetto al Lido e in concorso c’erano “Le mani sulla città” e “Fuoco fatuo”, e mi sono forzata a pensare che tra sessant’anni guarderemo le foto di qualcuno che non so bene chi sia che starà alla Venezia 2023 come Paul Newman, che lì portava “Hud il selvaggio”, sta a quella del 1963. Guarderemo le foto d’un pezzo di storia del cinema e diremo uh, guarda, te lo ricordi quando nessuno lo conosceva, il film senza il quale non sarebbe diventato lui.

Anzi, le guarderete voi, perché io tra sessant’anni sarò plausibilmente morta, non so bene se prima o dopo il cinema, e a Venezia 140 – se esisterà ancora – ci saranno quasi solo serie da guardare sul divano senza contemporaneità tra spettatori e quindi senza che possano mai davvero diventare fenomeno culturale (sto forse dicendo che il consumo differito non permette l’evento?), e ogni anno un unico “Barbie” che ci faccia dire che, come no, lo schermo è ancora grande, sono i gadget che sono diventati piccoli.

Ah, no, che sciocca. Le foto di chiunque sia il Paul Newman di quest’anno non le potremo vedere, perché il sindacato degli attori americani sciopera e quindi non ci sarà nessun manzo da scoprire in spiaggia, e neppure nessun Martin che porti la giovane Isabella a vedere “Fuga da Alcatraz” e “La luna”.

Di quest’edizione resteranno solo rapper coi piercing in faccia sponsorizzati dallo champagne. Il che è un bene giacché il cinema no, ma i follower del 2083 sapranno ancora cosa sia lo champagne.

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