Rincaro vs rovinaSu cosa si è giocata la campagna elettorale in Polonia

Diritto e Giustizia rivendica alcune misure economiche, ma l’inflazione è cresciuta. Tra i temi più sentiti c’è stata la sicurezza: la destra è sulla difensiva dopo lo scandalo sui visti, mentre Tusk crede nella rimonta

La folla della marcia del primo ottobre a Varsavia
AP Photo/Rafal Oleksiewicz)

Ancora pochi giorni e ci saremo. Aspra e senza esclusione di colpi la lunga campagna elettorale polacca si appresta ad arrivare alla fine. Gli ultimi fuochi, se così si può dire, si vedranno questo lunedì nel dibattito pubblico televisivo tra tutti i candidati. Donald Tusk ha già annunciato la sua presenza e ha sfidato apertamente il nemico di sempre Jaroslaw Kaczcynski, che però ha declinato. Al suo posto parteciperà il premier Mateusz Morawiecki.

Quel giorno Kaczcynski sarà impegnato in un incontro a Przysucha, villaggio di seimila anime nel cuore della Masovia. «Se devo scegliere un incontro con un bugiardo e che dipende dagli altri, scelgo Przysucha», ha commentato sprezzante. Non ci sarà dunque il confronto diretto tra i due leader, anime opposte e contrarie, che in questi lunghi mesi pre elettorali hanno hanno scandito il tempo della politica polacca.

Formalmente la campagna elettorale è iniziata l’8 agosto, ovvero il giorno in cui il presidente Andrzej Duda ha comunicato la data in cui si sarebbero tenute le elezioni. In realtà era iniziata molto prima. A dare il via alle danze era stato Kaczyński il primo settembre dell’anno scorso, quando un po’ a sorpresa aveva annunciato la stima dei danni di riparazione della seconda guerra mondiale da richiedere alla Germania: milletrecento miliardi di euro.

Attacco a Tusk
L’affondo era da leggersi in due direzioni. Una naturalmente nei confronti di Berlino, e per traslazione nei confronti dell’Unione europea, che Diritto e Giustizia considera uno strumento nelle mani della Germania. L’altra portava alla figura di Donald Tusk, che nella narrazione della destra polacca è un uomo eterodiretto proprio da Berlino, che non fa gli interessi dei polacchi.

Attacchi di questo tipo sono stati una costante in questi anni. Il primo e probabilmente più importante tema elettorale di Diritto e Giustizia è stato proprio incarnato nella figura del leader liberale, che della Polonia è stato primo ministro tra il 2007 e il 2014. Lo spauracchio di un suo ritorno fa ancora presa su molti polacchi.

Durante la campagna elettorale del 2015, Kaczyński coniò uno slogan molto efficace per descrivere la situazione del Paese in quegli anni: «Polska w ruinie» (Polonia in rovina). La Polonia non era affatto in rovina, ma è vero che negli anni del suo governo si era acuita la distanza tra i grandi centri urbani e il resto del Paese, che si sentiva lasciato indietro. Quello di essere uomo delle élite è uno stigma che Tusk si porta ancora dietro, e che viene utilizzato ampiamente ancora oggi dai suoi avversari politici.

La guerra dei numeri
A più riprese le autorità dell’attuale esecutivo hanno messo a confronto i propri risultati con quelli di Tusk, a volte perfino gonfiandoli a loro piacimento. È il caso ad esempio dell’occupazione. È un fatto che negli anni di governo a marchio Diritto e Giustizia la disoccupazione sia scesa progressivamente. Oggi si aggira intorno al cinque per cento, una delle più basse d’Europa.

Per rimarcare questo concetto il partito di governo ha fatto uscire uno spot in cui si affermava che ai tempi del governo guidato da Piattaforma Civica la disoccupazione fosse al quindici per cento. Il tribunale amministrativo di Varsavia ha però ordinato di sospenderne la trasmissione in quanto non corrispondente al vero. Il tasso di disoccupazione al tempo era sì più alto di oggi, ma non aveva mai raggiunto quella quota.

Restando in ambito economico, uno dei problemi che ha maggiormente interessato i polacchi negli ultimi due anni è stata l’inflazione. Un crescendo continuo dal 2,6 per cento di gennaio 2021, al 18,4 per cento di febbraio 2023, rimanendo per oltre un anno e mezzo in doppia cifra. Il governo ha cercato di giustificare questo fenomeno con il caro energia causato dall’invasione russa dell’Ucraina, la cosiddetta «Putinflacja», ma i grafici mostrano come tutto fosse iniziato molto prima. Su questo Tusk ha avuto gioco facile ad attaccare il governo e per mesi alle fermate degli autobus hanno campeggiato enormi cartelli con la scritta gialla PiS=Drożyzna (PiS=Rincaro).

Tusk durante la seconda marcia
Tusk durante la seconda marcia (Rafal Oleksiewicz/Ap)

A fronte dell’aumento dell’inflazione c’è da dire che il governo è riuscito a ottenere alcuni risultati economici. Un importante aumento dei salari medi: 6733 złoty (1467 euro), contro i tremila novecento złoty (ottocentocinquanta euro) del 2015. Negli stessi anni quello minimo è raddoppiato dai 1750 złoty (381 euro) del 2015 ai tremila seicento (784 euro) di oggi.

Altre misure sono state l’introduzione della tredicesima e della quattordicesima per i pensionati, e degli assegni familiari dal valore di cinquecento złoty (108 euro) – dal prossimo anno reindicizzato a ottocento złoty (174 euro) – per le famiglie con almeno un figlio. Questi numeri pongono il governo di Diritto e Giustizia in una situazione di certo vantaggio e gli permettono di mantenere un indice di gradimento oltre il trenta per cento.

La questione sicurezza
Ma i risultati economici sono solo una parte della campagna elettorale che si è giocata perlopiù su altri campi. Tra i temi di primaria importanza per un governo conservatore come quello di Diritto e Giustizia c’era quello della sicurezza e la necessità di presentarsi all’elettorato come una guida forte.

Nello specifico questo tema si è esplicato nel confronto con la Bielorussia, nel cui territorio per un certo periodo si sono installati i miliziani della Wagner. Per diverso tempo dopo la crisi migratoria di due anni fa quell’area uscita dalla luce dei riflettori. Tuttavia nei mesi estivi, più o meno in corrispondenza dell’arrivo dei Wagner, la guardia di frontiera ha cominciato a registrare un incremento nei tentativi di attraversamento illegale della frontiera da parte dei migranti.

Le minacce di Alexander Lukashenko e di Vladimir Putin hanno spinto il ministero della Difesa a militarizzare il confine con circa diecimila soldati. Una reazione esagerata, secondo Tusk, dal momento che i mercenari dall’allora ancora vivo Prighozhin erano poco più di qualche centinaio.

Morto il capo della Wagner, l’allarme è rientrato ma la questione bielorussa è tornata in salsa cinematografica a metà settembre, quando nelle sale è arrivato il film di Agnieszka Holland “Zielona Granica” (Confine verde), film premiato al recente festival di Venezia, in cui si raccontano le drammatiche giornate della crisi migratoria del 2021. Il film non fa scontri al comportamento della guardia frontiera, accusata di aver respinto più volte i richiedenti asilo nelle foreste. Questo ha ha irritato particolarmente i vertici di PiS.

Il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro ha paragonato il film della Holland a quelli della propaganda nazista, e lo stesso presidente Duda è rimasto in argomento dichiarando «Solo i maiali siedono al cinema» (Tylo świnie siedzą w kinie), un detto utilizzato dai polacchi durante l’occupazione nazista per riferirsi ai soldati tedeschi che si recavano al cinematografo. Queste uscite, ça va sans dire, hanno infiammato l’opinione pubblica.

Il grano ucraino e le relazioni con Kyjiv
In campagna elettorale inevitabilmente è entrata a piedi uniti anche la questione delle relazioni con l’Ucraina. Risale a poche settimane fa l’annuncio del primo ministro Morawiecki riguardo la sospensione della fornitura di armi al vicino Paese invaso. Molti hanno interpretato questa decisione come una risposta all’escalation di toni legata alla questione del grano. A metà settembre il governo polacco aveva prorogato unilateralmente il bando alle importazioni del grano ucraino scatenando una crisi diplomatica con Kyjiv.

In un duro discorso alle Nazioni unite il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva accusato la Polonia (insieme a Slovacchia e Ungheria) di lavorare a favore di Mosca. Questo mutamento nei rapporti – la Polonia è senza dubbio uno dei Paesi che più si è speso per la causa ucraina – ha suscitato molte domande.

Jaroslaw Kaczynski durante un comizio
Kaczynski durante un comizio (Czarek Sokolowski/Ap)

La spiegazione più semplice è che un partito profondamente sovranista, in vista delle elezioni, deve presentarsi al suo elettorato come il primo difensore degli interessi nazionali, in questo caso degli agricoltori. C’è inoltre un’altra considerazione di calcolo politico: irrigidendo la sua posizione nei confronti di Kyjiv, Diritto e Giustizia cerca di sottrarre voti all’estrema destra di Konfederacja, unico partito apertamente antiucraino, che negli ultimi mesi era cresciuto nei sondaggi.

Lo scandalo visti
La sensazione è che il partito di Kaczyński abbia tutto sommato tenuto in mano le redini della campagna fino a quando non è esploso lo scandalo dei visti, ovvero il presunto schema illecito di rilascio dei permessi di ingresso in Polonia e nell’aria Schengen a migranti provenienti da diversi paesi asiatici e africani.

Secondo le accuse dell’opposizione a usufruire di questo metodo sarebbero state circa duecentocinquantamila persone negli ultimi due anni e mezzo. Per il governo si è trattato di poche centinaia di casi. Dove sia la verità è difficile dirlo, ma è un fatto che negli ultimi anni la Polonia ha attuato una silenziosa quanto decisa liberalizzazione dei visti.

Secondo dati Eurostat, riportati dal quotidiano Money.pl, nel 2020 la Polonia ha concesso seicentomila visti a cittadini extra Ue, diventati settecentonovantamila l’anno successivo. L’arrivo dei rifugiati ucraini ha fatto crescere ancora di più questi numeri, ma risulta abbastanza chiaro come le politiche del governo sul tema immigrazione, che continua a rifiutarsi di adottare il meccanismo europeo di ricollocamento dei migranti, risultino contraddittorie.

Proprio sull’immigrazione verterà peraltro uno dei quattro quesiti referendari che i polacchi si ritroveranno a dover votare insieme al rinnovo del parlamento. La domanda, posta in un modo volutamente capzioso è: «Siete favorevoli all’ammissione di migliaia di immigrati clandestini dal Medio Oriente e dall’Africa nell’ambito del meccanismo di ricollocazione forzata imposto dalla burocrazia europea?»

PiS sulla difensiva
Ad ogni modo, da quando il caso dei visti è approdato sui media Diritto e Giustizia sembra essersi messo sulla difensiva. La risposta qualche giorno dopo è stata la pubblicazione di carte desecretate risalenti al governo Tusk, nel quale in caso di ipotetica invasione russa, si prevedeva l’arretramento dell’esercito polacco fino alla Vistola. Questo nei piani militari di allora doveva servire a prendere tempo e organizzare l’offensiva, ma secondo Diritto e Giustizia si tratta di tradimento.

Ciò rientra nella narrazione che vuole Tusk soggetto non solo al volere di Berlino, ma anche all’influenza di Mosca. Un altro momento caldo di questi mesi è stata infatti proprio la legge anti-influenze russe, che prevede l’istituzione di una commissione deputata a indagare su eventuali ingerenze di Mosca negli anni tra il 2007 e il 2022.

Secondo l’opposizione polacca si tratta di un provvedimento ideato proprio per colpire il leader di Coalizione Civica, tanto da rinominarlo «Lex Tusk». La promulgazione della Lex Tusk è stata il traino della prima grande mobilitazione di massa portata in strada da Coalizione Civica. Era il 4 giugno, la legge era stata firmata pochi giorni prima da Duda. All’evento aveva partecipato circa mezzo milione di persone.

Una mossa indubbiamente indovinata dal capo dell’opposizione che era riuscito così a rilanciare l’immagine del suo partito. La scommessa è stata ripetuta e vinta una settimana fa con la «Marcia del milione di cuori». La manifestazione ha dato un’ulteriore scossa ai sondaggi e Coalizione Civica appare in recupero. Per il finale, ci vuole ancora un po’ di pazienza.

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