Trattare con gli aguzziniLa barbarie russa contro i bambini ucraini sottratti alle loro famiglie

Un lungo reportage di Meduza racconta i metodi di rieducazione dei minorenni deportati in Russia, un sistema che si basa sulla distruzione dell’identità

AP/LaPresse

Dal giorno uno dopo l’invasione russa dell’Ucraina, in Occidente si discute della possibilità di sedersi al tavolo dei negoziati. Sempre con il sottotesto di lasciare a Mosca il controllo delle regioni occupate nel corso delle prime offensive, ma questo avrebbe conseguenze distruttive su Kyjiv non solo dal punto di vista istituzionale o militare. 

In questi due anni siamo stati testimoni del massacro di Bucha, dei crimini di guerra a Irpin e dei disastri ambientali causati dagli attacchi a Kakhovka. Adesso, l’inviata speciale di Meduza Lilia Yapparova ha portato alla luce l’ennesimo crimine da parte dei moscoviti: l’indottrinamento dei bambini deportati dalle regioni occupate dell’Ucraina in Russia.

Era già noto che circa ventimila minorenni ucraini sono stati deportati in Russia, come è noto che una volta arrivati a destinazione le autorità russe si mettano subito all’opera per cancellarne l’identità e forgiarne una nuova. L’intero sistema di indottrinamento si basa su un manuale per la “Prevenzione di conflitti e manifestazioni di estremismo e terrorismo in un ambiente formativo multiculturale”.

Un impiegato del Ministero dell’Istruzione russo – principale promotore della rieducazione dei bambini ucraini – intervistato da Meduza commenta l’uso del termine «multiculturale» nel titolo del manuale: «Un ambiente multiculturale tollera le diversità culturali e rispetta la cultura dei gruppi minoritari. Ma provate a mostrare rispetto per la lingua, l’inno o gli stemmi ucraini in questo momento – voglio dire, hanno arrestato delle persone per averlo fatto». E continua: «L’integrazione di questi bambini non è contemplata. Quello che intendono fare davvero è con tutta probabilità l’assimilazione o la marginalizzazione».

Gli insegnanti ricevono da questa guida alcune indicazioni per carpire al volo i primi segnali che i bambini deportati potrebbero trasformarsi in nazionalisti estremisti se non prontamente rieducati. Per esempio, pronunciare le parole «Gloria all’Ucraina» o «Gloria agli eroi» – soprattutto a scuola – sarebbe un chiaro sintomo di attecchimento di una «ideologia distruttiva» nelle menti di suddetti bambini. 

Il manuale poi mette in guardia gli addetti all’indottrinamento che appena arrivati in Russia i giovani ucraini potrebbero mostrarsi «lunatici», «capricciosi», «aggressivi» e «in difficoltà a prendere una posizione oggettiva circa la situazione» e per questo potrebbe essere necessario dover aspettare prima di poter iniziare il rieducamento. 

Gli impiegati russi ricevono anche istruzioni su come comunicare ai bambini che i loro cari potrebbero essere venuti a mancare: «Non ditegli che adesso sono in un posto migliore o che vegliano su di loro dal paradiso». Recita il manuale. «Siate onesti e ditegli che le loro famiglie sono state uccise, e le loro case distrutte». Il che, secondo una fonte di Meduza, è «una grandissima cazzata». 

L’educazione dei bambini che arrivano nelle scuole russe dovrebbe essere basata, secondo il Ministero dell’Istruzione, sui valori spirituali e morali, così come sulle tradizioni storiche e nazionali della Federazione. Il processo dovrebbe proseguire almeno fino al raggiungimento del diploma, momento in cui i bambini dovrebbero aver costruito a tutti gli effetti un’«identità russa». 

Al ministero la questione dell’integrazione preme particolarmente per una ragione ben precisa: secondo una fonte di Meduza, gli ufficiali russi avrebbero paura che, una volta cresciuti, i bambini diventino davvero terroristi, anche se nelle discussioni pubbliche continuano a parlare di quanto siano fantastici i giovani ucraini: «Non siamo deficienti – capiamo che la Russia non è arrivata in Ucraina a portare “pace e amore” e che i bambini potrebbero iniziare a opporre resistenza». 

Ad affiancare gli insegnanti nel processo di «rieducazione» è il programma “Teenager russi”, supervisionato dal Centro programmi per adolescenti e portato avanti dalla commissaria per i bambini della Federazione Maria Lvova-Belova – personaggio con alle spalle un mandato di arresto da parte della Corte internazionale di giustizia in quanto complice del crimine di guerra di aver deportato, appunto, bambini ucraini in Russia. 

Il Centro opererebbe con lo scopo di spiegare ai bambini «dove sta la verità». Per farlo, una fonte spiega che gli impiegati del Centro hanno iniziato a visitare sia i bambini che risiedevano ancora nelle regioni occupate, sia quelli che erano già stati trasferiti nella Federazione. L’idea era quella di dare «un’immagine amichevole della Madre Russia: “Ora sei qui, e qui è tutto fantastico”». Un’altra mansione degli impiegati è cancellare il passato da ucraini dei bambini e integrarli nel mondo russo. 

I più difficili da convincere sono gli adolescenti, che «sono tutti sui social media, che li influenzano, dandogli un’idea sbagliata delle motivazioni dietro la guerra. Molti supportano l’ucraina e criticano il Presidente». Per questo c’è un personale specializzato che si occupa esclusivamente di convincerli del contrario. Si stima che almeno centocinquantamila adolescenti siano passati da questi centri. 

A sua volta, il Centro programmi per adolescenti dipende dal Dipartimento del Ministero dell’Istruzione per la protezione dei diritti dei bambini, la cui direttrice è Larisa Falkovskaya, ex psicologa scolastica sanzionata dall’Unione europea. Il Dipartimento supervisiona anche il Centro federale di coordinamento per l’Erogazione dei servizi di psicoterapia nel sistema scolastico (Fkt), che si occupa anche di formare gli insegnanti nei territori occupati dell’Ucraina che devono lavorare con studenti in «situazioni critiche». Una fonte interna al ministero spiega a Meduza: «In pratica si tuffano in mezzo ai bambini cui parenti e amici sono stati uccisi e gli offrono consulenze, come per dire “Il nostro Paese è qui per assisterti”». 

Il Dipartimento si occupa fondamentalmente di assicurarsi che i bambini si assimilino alla cultura russa e di affidarli a famiglie russe, a seguito del loro inserimento nel Database statale di orfani russi. Anche se Lvova-Belova sostiene che ai russi non è consentito adottare bambini «dalle nuove regioni», le indagini di Meduza dimostrano il contrario. 

I bambini in questa situazione vanno incontro a gravi ripercussioni psicologiche: il ministero ha registrato cinque morti tra gli adottati provenienti da Kherson e Luhansk, tra cui figura anche un suicidio. In teoria, il Ministero dell’Istruzione avrebbe a disposizione dei software per la prevenzione del suicidio tra i giovani ucraini, ma questi strumenti vengono sfruttati per profilare gli adolescenti in base alla loro attività sui social. I ragazzi vengono etichettati come anarchici o nazisti nei casi più gravi, e in ogni caso gli è assegnato un «punteggio di distruttività» e «di opposizione». 

La fantomatica integrazione degli studenti ucraini nella società russa, comunque, sembra avere poca importanza nella realtà di tutti i giorni. Molti alunni russi, ormai plasmati dalla propaganda del Cremlino bullizzano e maltrattano i ragazzi deportati: «Un ragazzo è venuto nella nostra classe dicendo di essere cittadino ucraino e di andarne fiero. Gli altri bambini lo hanno picchiato e non è più tornato». 

I bambini ucraini, così, continuano a essere stigmatizzati in una società a cui non hanno scelto di appartenere, ma in cui sono stati catapultati con la forza dopo essere stati portati via dalla propria casa.

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