Tutti cisgender Il surreale dibattito sull’aborto, e altre assurdità con cancelletto

Da sempre chi difende la legge 194 abbassa il livello del dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza a un’accozzaglia di frasi fatte da dodicenni ripetenti

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Antefatto. Trenta (abbondanti) anni fa, ma potrebbero essere trenta minuti per quanto il dibattito pubblico su un certo tema è rimasto immobile. È una sera di inizio anni Novanta, e la giovane Soncini è così giovane che non ha neppure ancora mai abortito.

È una sera d’inizio anni Novanta, ho vent’anni; quell’età della quale tutti ci ricordiamo che Guccini abbia detto «si è stupidi davvero», ma dovremmo ricordarci anche il verso precedente, che per spiegare certe stolidità è ancora più importante: a vent’anni è tutto ancora intero.

Sono a casa d’un tizio, e il tizio si è lasciato con la fidanzata, o forse sono solo in crisi, lui l’ha tradita, lei l’ha tradito, quando sente la voce di lei in segreteria (allora c’erano le segreterie a cassette: la lasciavi inserita e poi, se quando sentivi chi era ti andava, tiravi su) lui non risponde.

Dice lui che non sono mica i tradimenti, la ragione per cui si sono lasciati: è che «l’ho fatta abortire», che è una frase che il maschio di sinistra del secolo successivo non direbbe neanche nello spogliatoio di calcetto, neanche da ubriaco, neanche sotto minaccia armata.

Il maschio di sinistra di questo secolo al fischio «aborto» inizia pavlovianamente a sbavare che solo le donne devono decidere, che gli uomini devono tacere, che non spetta a lui avere un’opinione (se ho capito bene, in quest’evoluzione della specie, spetta però a lui allattarlo).

All’inizio dello scandalo dolciario, il marito della Ferragni disse che lui non poteva parlare per sua moglie e non intendeva «sovradeterminarla», che dev’essere una parola il cui apprendimento l’ha entusiasmato assai, perché poi l’ha ripetuta molte volte, mi pare anche dalla Fagnani. Ecco, il maschio di sinistra di questo secolo, se gli metti davanti il fischio «aborto», corre alla ciotola di croccantini con su scritto «cara, non intendo sovradeterminarti».

Quella sera di trenta e più anni fa, però, il tizio aveva proprio detto d’aver fatto abortire la fidanzata (la quale gli aveva probabilmente lasciato credere di non essere lei a volerlo fare, come da sempre le donne lasciano credere agli uomini che ogni decisione sia loro: francamente non aveva l’aria d’una assai sovradeterminabile), e borbottato che insomma, forse lo potevo pure fare ’sto cazzo di bambino, e tutte quelle cose che si dicono tra amici e non in tv.

Un’ora dopo, con un tempismo da far invidia agli sceneggiatori di commedie, in tv comparve la fidanzata nullipara, nel suo ruolo di esponente della politica di sinistra, e in un dibattito televisivo proprio sull’aborto. Un tema sul quale ci si scannava allora esattamente come oggi, un tema che a me non era ancora venuto a noia solo perché ero molto giovane, un tema rispetto al quale oggi come allora non ci sono soluzioni: anni dopo Louis CK avrebbe detto l’indicibile, ovvero che due sono le cose, o è come andare al cesso, o è uccidere un bambino. Le spettatrici di sinistra se ne sarebbero indignate, tranne noi felici poche su cui non aveva mai attecchito il ricatto etico «non è un omicidio ma è comunque una decisione ferale alla quale si ripensa a vita».

Quella sera di trenta e più anni fa, però, Louis CK mi era sconosciuto, e alla tele comparve la fidanzata o ex fidanzata del mio conoscente. La quale, mentre difendeva il diritto delle donne a compiere questa-scelta-dolorosa, disse: io per fortuna non ho mai dovuto abortire. Lo diceva perché il ricatto etico aveva attecchito su di lei, o perché pensava che avesse attecchito sul suo elettorato? Non lo so, ma so che quella in quell’appartamento dei Parioli fu la sera in cui smise d’essere intera la mia capacità di credere che le adulte alla tele fossero più coraggiose di noialtre ragazzine la cui idea di imbarazzo da sotterrarsi era che ti venissero le mestruazioni mentre eri in barca. Non c’era dunque proprio modo di non vergognarsi dei normali accadimenti d’una vita riproduttiva.

Negli ultimi decenni ho pensato molte volte a quella scena. Ogni volta che ho scritto in qualche articolo che non conosco donne adulte eterosessuali che non abbiano abortito, spesso più d’una volta, e adulte abbondantemente in menopausa ci hanno tenuto a ristabilire il loro profilo morale scrivendomi che loro mai. (Una volta Marina Abramovic disse d’aver abortito tre volte, io scrissi che era un numero normale in una intera vita riproduttiva, e la vicedirettrice del femminile per cui scrivevo mi telefonò dicendo che per quella frase le redattrici mamme minacciavano le dimissioni e se per favore potevo tagliarla visto anche che era luglio e lei voleva chiudere il numero e andare al mare).

Ogni volta che ho letto incredula di donne che giuravano che loro a quell’aborto di venticinque anni prima ci ripensavano ogni giorno: certo che è possibile, tutto – col giusto concorso di circostanze – può essere traumatizzante, ma dipende da come stavi tu all’epoca, non dall’aborto in sé; da come stavi all’epoca e da come stai ora, ché mi pare ovvio che qualunque cosa su cui rimugini per decenni non ha identità propria ma è una macchia di Rorschach.

Certe volte mi viene quasi da essere d’accordo con la presenza dei militanti cattolici che nei consultori dovrebbero farti desistere dalle intenzioni abortiste (facciamo finta sia colpa del Pnrr, e non di quella 194 di merda che impone che non ci si possa sottrarre al servizio sanitario nazionale e abortire privatamente). Magari possono essere utili per fare una selezione tra chi ha abbastanza carattere per farsi raschiare via delle cellule, e chi invece rischia di tormentarcisi poi per il resto della vita: a quel punto, mi pare più semplice partorire.

(Sì, è un’iperbole. Sì, sono consapevole che nessuno ha più nessuna idea di contesti e toni e questa frase verrà trattata come fosse una seria proposta di legge. I volontari che scremano le candidate all’aborto per forza di carattere, e io che scremo le lettrici a mezzo senso del tono).

Una volta, sette vite fa, ho proposto un articolo su questo pentimento prescrittivo dell’aborto, questo scambio merci in cui io ti permetto di farti raschiare delle cellule senza perseguirti legalmente ma tu in cambio ti contrisci e dici dieci pater-ave-gloria, e su come invece sia possibile abortire e dimenticarsene, abortire e non tormentarcisi, abortire e pensare che non sia successo granché (anche perché se credessi che ti stai facendo raschiare via una persona non abortiresti mai).

Il direttore del giornale cui lo proposi mi rispose: non credo che le lettrici siano pronte per un approccio blasé al tema. Vi traduco la definizione di «blasé» dal dizionario Larousse: «Chi pensa d’aver esaurito l’esperienza umana e chi è disgustato da tutto». Niente, se non sostituisci le contrazioni con la contrizione sei disumana.

Ora non ve lo ricordate, perché l’economia dell’attenzione vi permette di tenere a mente un solo scandalo alla volta e tocca a Scurati, ma la settimana scorsa c’è stato il caso-Vespa. Bruno Vespa ha affrontato il tema dell’aborto con, orrore e raccapriccio e sovradeterminazione, ospiti uomini, da Federico Rampini ad Alessandro Zan. Le commentatrici di Pavlov si sentivano spiritosissime mentre invocavano studi televisivi in cui sole donne parlino di disfunzioni erettili e eiaculazioni precoci.

Scusate, ma nel vostro mondo sono temi di cui amano parlare gli uomini? Quante donne avete sentito lamentarsi di uomini cui non tirava? Quanti uomini discettare del fatto che a loro non tira? Io della seconda categoria ricordo solo alcuni comici particolarmente capaci, ma non è che nei nostri dopocena a genere misto, esaurito il tema «dove vai in vacanza quest’anno», si passi a «ma dicci del problema di tua moglie col fatto che non riesci a scoparla».

Diversamente da quel che accade nei consessi di sole donne, in cui le scarse prestazioni di Tizio e Caio sono invece un gran tema di dibattito. Insomma, ancora una volta le opinioniste pavloviane hanno sbagliato esempio: la riforma della 194 urge, ma pure l’introduzione di ore di retorica nei programmi scolastici non si può rimandare (anche se sarà difficile trovare docenti all’altezza).

Rispetto al tic «devono parlarne le donne», c’è una piccola controindicazione: l’aborto legalizzato riguarda sì il corpo delle donne che non si può commissariare («magari», sospirava Corrado Guzzanti nel ruolo di padre Pizzarro), ma è anche un nodo etico su cui in tutto il mondo si dibatte da decenni, e pensare che lo si possa risolvere dicendo «l’utero è mio e quando comincia la vita lo decido io» svela doti dialettiche da dodicenni ripetenti. (Oltretutto, se identitarismo dev’essere, l’unico che non aveva senso sentire sul tema era Zan, che per quel che si sa non è potenziale corresponsabile di gravidanze).

E infatti poi arriva Incoronata Boccia, che con quello stupendo nome agescarpelliano non so come avessimo potuto ignorare finora, e rompe il giocattolo. È una donna, no? Avevamo detto che dovevano parlarne le donne, no? E lei, ospite della Bortone nella serata della santificazione scuratiana, dice che l’aborto è un omicidio. Ha anche lo slogan: stiamo scambiando un delitto per un diritto.

Indignazione, proteste, grida all’occupazione della Rai da parte di queste orride fasciste che ci vogliono dare delle assassine. Ma, scusate, quella parte di opinione pubblica che pensa che abortire sia ammazzare un bambino perché non dovrebbe avere diritto di parola? Non datemi la risposta da dodicenni «se sei contraria all’aborto, non abortire»: è come dire che se sei contrario allo stupro ti basta non stuprare nessuna lasciando in pace chi invece lo fa. Se uno crede che una certa azione sia un delitto, mi pare ovvio (persino: lodevole) che tenti d’intervenire anche se il delitto lo compiono altri.

Provo a immaginarmi la scena a parti invertite: una qualunque esponente di sinistra che dice una qualunque cosa a favore della libertà di scelta (ma sempre premettendo: io per fortuna non ho mai dovuto abortire), e l’insorgere di chi la pensa come la Boccia perché noialtre raschiafeti abbiamo occupato la Rai. Non so bene come si chiami quella cosa che vogliono un po’ tutte le parti, che possa dire la sua solo chi la pensa come loro, ma vi assicuro che non è una definizione sensata di «libertà d’espressione».

Ma vorrei tornare a Vespa, e non solo per dire che c’è una domanda che gli farei se fossi in commissione di Vigilanza, e quella domanda è: ma come ti viene in mente? La cosa più prevedibile che ti possa succedere nel 2024 è che l’opinione pubblica ti si rivolti contro se in un dibattito non sono presenti femmine. Che il dibattito riguardi la Formula 1, le liste d’attesa per la risonanza magnetica, o la pace nel mondo, comunque devi invitare delle donne sennò ti fanno nero. Se inviti dei cretini e delle cretine non si turba nessuno, ma «tutti maschi» è subito cancelletto indignato. Figuriamoci quando si parla di un intervento cui puoi sottoporti solo se hai un utero.

Al cui proposito (di accessori forniti dalla biologia), vorrei soffermarmi sul dettaglio che separa i dibattiti di trent’anni dopo da quelli di trent’anni prima. Carlotta Vagnoli, luminoso esempio di tigna nel tenersi buono il pubblico più stolido, scrive su Instagram che Vespa ha invitato a parlare di aborto «sette uomini cisgender». L’automatismo con cui per dire «uomo cattivo» la neolingua utilizza «cisgender», che significa «uomo che è proprio uomo, che è nato uomo, no tizia nata con le tette che però si percepisce nata coi baffi e si fa chiamare Ugo», risulta in questo caso illuminante.

Quel che Vagnoli ci sta dicendo è che se lì in mezzo ci fosse stato Ugo-il-transessuale, la sua legittimazione a parlare sarebbe venuta dall’avere un utero, dall’essere perciò pur sempre una donna pure se si fa chiamare Ugo. Quel che Vagnoli ci sta svelando, con un lapsus persino più prezioso del «ma certo che ho abortito» che potrebbe scappare a una qualunque deputata di sinistra, è che ritiene la biologia un fattore identitariamente più determinante dello smalto alle unghie. Speriamo non venga per ciò radiata dalla società civile, povera.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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