PrendersisulserismiGiorgia M. e Luca M., i figli molto diversi di questo secolo ritardato

Io vorrei dare alla presidente del Consiglio il governo del mondo, unica adulta che non butta mezze giornate su Netflix a guardare serie tv e ha il coraggio di dirlo in conferenza stampa

LaPresse

«Abbiamo preso il potere con quattro ratti in parlamento: quattro ratti, siamo dei fenomeni, Benito, dei fenomeni». Lo dice un tirapiedi a Mussolini in “M – Il figlio del secolo”, mi torna in mente mentre sul canale Youtube del governo provo a seguire la conferenza stampa della Meloni, ma non c’è l’audio ed evidentemente la situazione è rimasta lì, cent’anni dopo: che puoi anche essere abbastanza fenomena da prendere il potere, ma manco quattro ratti all’altezza di farti lo streaming avrai.

Poco dopo, rispondendo alla prima delle domande su Cecilia Sala, la Meloni fingerà che non di quattro ratti si tratti ma di lavoro di squadra: «Giorgia Meloni al governo non è da sola» – ma non sarà la risposta più importante che darà.

La risposta più importante, quella che mi conferma l’impressione che Giorgia sì sia una persona seria, non come noialtri perdigiorno, è quella che darà a Tommaso Ciriaco di Repubblica, col quale cambia tono al punto che un’amica mi scrive dicendosi sicura che non con Musk abbia un flirt ma con lui (attendiamo che, come Maye Musk, la mamma di Ciriaco smentisca).

La domanda di Ciriaco era su Scurati e “M”, ha letto il libro, vedrà la serie. E a quel punto io vorrei dare alla Meloni il governo del mondo, alla Meloni unica adulta che non butta mezze giornate su Netflix, alla Meloni che risponde «Credo che non vedo una serie televisiva da più di due anni» (indicativo dalemiano).

Il fatto è che il diavolo sta nei dettagli, e di “M” sentiamo parlare da almeno quattro mesi (era l’inizio di settembre quando passò al festival di Venezia), eppure arriva su Sky solo oggi, dopo averci stremati di promozione ma soprattutto dopo che Luca Marinelli, che interpreta Mussolini, ci ha stremati col suo ribadire che lui è proprio molto antifascista, che essere Mussolini è proprio molto contrario alla sua natura, che era preoccupato per cos’avrebbe pensato sua nonna partigiana (poteva mai avere una nonna non partigiana?), che io vorrei non vorrei ma se vuoi.

L’ha detto tante di quelle volte (io gliel’ho sentito dire per la prima volta in una conferenza stampa a Venezia, ma magari non era neanche una novità, ero solo stata distratta fino ad allora) che è entrato nell’inconscio di Ciriaco, il quale alla Meloni chiede se vedrà «la serie di Marinelli», come se egli ne fosse autore, come non fosse uno pagato per fare le facce ma uno pagato per pensare.

«Lei mi capirà se ho altre priorità», dice Giorgia Meloni a Ciriaco, dopo aver però confessato che ha fatto un’eccezione al suo non avere tempo: ha visto una serie su Elisa Claps. Dice anche che sempre da più di due anni non legge libri «che non siano il Pnrr», e su questo oggi m’immagino ci sarà almeno un intellettuale di turno di guardia al bidone dell’indignazione, perché indignarsi è lo sport mondiale di questo secolo, e soprattutto perché siamo così, noi relitti del Novecento europeo: convinti che la differenza sia ancora tra chi legge e no, convinti che il liceo classico ti apra la mente e i romanzi pure (e infatti guarda da quanti prodigi dell’intelletto siamo circondati, noialtri che abbiamo intorno lettori forti con uso d’aoristo).

Non avendo tempo, Meloni non avrà neanche seguito le incredibili polemiche di questi giorni, intorno all’ultima (o penultima o terzultima) volta in cui Marinelli ci ha tenuto a ricordarci che lui è proprio molto antifascista e un dittatore nato alla fine dell’Ottocento non è per niente contiguo alla sua natura.

Un mio direttore molti anni fa diceva che niente è più inedito dell’edito, e questo è evidente ogni giorno aprendo i siti d’informazione. Qualunque cosa detta un milione di volte viene sparata come rivelazione pazzeschissima, e uno pensa che siano cani i giornalisti, che ci voglia della canitudine per mettere in un titolo d’intervista alla Vanoni che quando Paoli si sparò lei andò in ospedale di nascosto di notte, una cosa che ha letto un milione di volte anche chi ha imparato a leggere questa settimana, o per titolare un’intervista a Jovanotti sul fatto che “A te” è stata scritta per la moglie, una cosa che negli ultimi diciassette anni è stata scritta circa diciassettemila volte – ma io sospetto che facciano benissimo. Sospetto che chi fa i titoli con gli scoop già noti sappia che il pubblico è quel che è: lo rassicura la ripetizione di ciò che già sa, come accade ai bambini piccoli, e infatti la forma di comunicazione che s’è inventato questo secolo ritardato è il podcast, la fiaba della buonanotte per adulti.

(Tra un anno, alla prossima conferenza, qualcuno può per favore sacrificarsi a chiedere a Giorgia Meloni se ascolti i podcast? Se, come Paolo Sorrentino molti anni fa a domanda sui social, risponderà che lei lavora tutto il giorno e non ha tempo per queste stronzate, sarà la volta che mi metto il suo santino nel portafoglio).

La ripetizione delle notizie note, dicevo. Al quinto mese di repliche dell’antifascismo di Marinelli, quella preziosa vetrina sulla stupidità umana che è l’internet ha deciso d’agitarsi moltissimo. Da destra, si alzano le voci di quelli che eh, certo, però i soldi li hai presi, e allora perché non li dai in beneficenza all’Anpi. Dall’altra parte, la tenace determinazione della sinistra a risultare ancora più stupida della destra (e ce ne vuole), rispondendo che certo che Marinelli deve dire che gli fa schifo Mussolini, certo che è importantissimo che lo dica, se non lo capite è perché siete fascisti.

Nessuno che faccia l’unica cosa che c’è da fare davanti a un’uscita del genere: ridere. Come avremmo riso se, durante la promozione di “House of Cards”, Kevin Spacey ci avesse tenuto a precisare che lui non si riconosceva in un personaggio che uccideva l’amante buttandola sui binari del metrò. Come avremmo riso se, alla prima proiezione di gala di “Firebrand”, Jude Law avesse detto, a chi gli chiedeva che stilista lo vestisse, che ci teneva a prendere le distanze morali: lui, diversamente da Enrico VIII, le mogli non le faceva decapitare. Come ride Kieran Culkin quando Jeremy Strong dice che gli attori sono dei narratori, consapevole che non narrano un cazzo: fanno le facce.

A Hugh Grant, il più gran regalo che gli anni Novanta ci abbiano fatto, di recente un intervistatore cane da prima mondana, uno di quelli che normalmente chiedono che stilista ti vesta, ha domandato quanto ci avesse messo a scrollarsi di dosso il personaggio di “Heretic”, un film in cui interpreta un serial killer. Grant, che il dio del senso del ridicolo ce lo conservi sempre, ha risposto «sono ancora completamente nel personaggio, ho ucciso tre persone oggi pomeriggio, non ne vado fiero». E l’ha detto senza smettere di fare la faccia seria, senza aggiungere «stavo scherzando», come farebbero i Marinelli e gli Strong del mondo.

Ma di Grant, nel dibattito pubblico, praticamente non ce ne sono, mentre c’è tantissimo il prendersisulserismo di Marinelli e di Strong. E i più hanno paura di sembrare superficiali ridendo di chi s’indigna tutto il tempo, prima e dopo i pasti, per qualunque stronzata, lasciando morire la possibilità di distinguere le cose serie. L’altro giorno una scrittrice ha twittato «Mi spiace per Scurati ma vedere enormi schermi luminosi in giro per Milano con Mussolini 6×3 e il braccio teso nel saluto romano per pubblicizzare la serie tratta dai suoi libri è spettacolo brutto e inquietante». Faceva molto ridere: l’hanno tutti presa molto sul serio.

Un critico che aveva già visto la serie le ha risposto che non era così, «“M” è un violentissimo e brutale ritratto di un dittatore che arriva al potere solo per l’inedia degli italiani. Mussolini in “M” è un mostro». Intendeva, immagino, «inettitudine», e non «inedia», ma che un critico culturale non sappia l’italiano mi pare un problema minore rispetto alla convinzione che di “M” si possano fare i manifesti perché è una serie educativa, morale, che si pone dalla parte giusta, scritta dal maestro Manzi. Dobbiamo farne, di strada, se persino quelli che hanno studiato – per quanto poco e male – pensano che le storie sullo schermo debbano essere edificanti.

Col risultato che poi, invece di leggere romanzi o guardare film, il pubblico medio si guarda i pezzettini di realtà di TikTok, piattaforma fondamentale per uno studio del presente, ma che io non riesco più ad aprire senza pensare a M – inteso come Mussolini ma anche come Marinelli – che, guardando in macchina come in un “House of Cards” casareccio, dice «Quelli come me non li capite: ci vedete come pagliacci, bugiardi, buffoni scandalosi. Può darsi, ma è irrilevante: noi siamo il nuovo, ogni epoca ne ha uno» (potrebbe essere un testo degli inizi della carriera di Jovanotti, e invece).

Poi vabbè, a un certo punto arriva il genio, è un giornalista straniero coi capelli corti ma una treccina lunghissima (ne aveva una così l’autista di Alba Parietti negli anni Novanta). Chiede alla Meloni se lei calpesti le formiche. Spiegando che sua nonna diceva che, se calpesti le formiche, poi piove. Chissà se era partigiana, la nonna. Chissà se gli ha vietato di fare l’attore in caso di ruoli moralmente controversi, e quindi lui ha ripiegato sul giornalismo.

La Meloni ridacchia, non sa cosa rispondere, e io penso di nuovo a “M”, a quella stanza in cui sono chiusi poco prima della marcia su Roma, a quando Mussolini dice ai suoi «Uno stato degno di questo nome ora entrerebbe da questa cazzo di porta e ci arresterebbe a tutti quanti: è uno scandalo che non avvenga». E ovviamente questa mia affermazione va presa come un grave attentato alla libertà di stampa.

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