
L’invasione russa dell’Ucraina ha generato non solo l’epos eroico della coraggiosa resistenza ucraina, ma anche tristi tradizioni che oggi scandiscono la vita quotidiana degli ucraini. Tra queste, una delle più recenti è l’abitudine di scendere in piazza nei fine settimana per sostenere i prigionieri militari ucraini detenuti in Russia. Queste manifestazioni sono organizzate dall’Associazione delle famiglie dei difensori di Azovstal, l’acciaieria divenuta simbolo della resistenza durante l’assedio russo di Mariupol. A questi eventi, oltre ai familiari dei prigionieri, partecipano spesso personaggi noti – attori, cantanti, comici – che con la loro presenza cercano di dare visibilità ai prigionieri e di diventare la loro voce fuori dalle celle.
Gli scambi di prigionieri tra Ucraina e Russia sono un processo continuo. Dall’inizio dell’invasione su larga scala, 3.767 prigionieri ucraini, tra cui centosessantotto civili, sono stati riportati a casa. Ogni famiglia spera che i soldati dispersi siano prigionieri e non uccisi. Tuttavia, non tutti riescono a tornare: la giornalista ucraina Viktoriya Roshchyna, ad esempio, è morta in una prigione russa pochi giorni prima di uno scambio in cui era previsto il suo rilascio.
In alcuni casi, vengono organizzati scambi che coinvolgono militari caduti. Tuttavia, non sempre è possibile recuperare il corpo per confermarne il decesso: i resti spesso rimangono oltre la linea del fronte, in territorio occupato dai russi. Avere una tomba su cui piangere e vivere il lutto è diventato un privilegio nell’Ucraina odierna.
Un’altra dolorosa tradizione è nata intorno ai funerali dei militari e civili uccisi dai russi. I soldati caduti in azione hanno diritto a un funerale militare secondo il protocollo prestabilito, noto come “aut in scutum”, dall’espressione latina “Aut cum scuto aut in scuto” (O con lo scudo o su di esso). Questo protocollo, ispirato alle tradizioni dei cosacchi ucraini del Seicento, comprende varie fasi: il trasporto della salma, la cerimonia funebre e la sepoltura. L’arrivo del feretro è accolto dai passanti inginocchiati sul ginocchio sinistro, un’antica usanza cosacca che prevedeva di alzare la sciabola con la mano destra in onore del compagno caduto per difendere la patria.
Le cerimonie funebri si svolgono nelle principali chiese di città e Paesi in tutta l’Ucraina. A Kyjiv, la cattedrale di San Michele, patrono della città, è il luogo designato per i funerali militari. Nel dicembre 2013, questa cattedrale offrì rifugio agli studenti che fuggivano dalla polizia durante le proteste pacifiche di Maidan. A Lviv, invece, i funerali si tengono nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo.
Di recente, al protocollo funebre è stata aggiunta la tradizione di ricoprire la bara con la bandiera ucraina, una consuetudine già presente in diversi Paesi della Nato. Dopo la cerimonia, la bandiera viene restituita alla famiglia del militare. La piegatura della bandiera in dodici parti ha un significato simbolico: la vita, la fede nell’eternità, il sacrificio per la patria, la guida divina, l’onore al Paese, la fedeltà, l’omaggio all’esercito, il ricordo dei fratelli caduti, l’amore delle donne, l’omaggio ai genitori, il sigillo di Salomone e l’eternità nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Viaggiando quest’estate tra le città dell’Ucraina, ho notato l’enorme quantità di bandiere che sventolano sulle tombe dei soldati: bandiere ucraine, dei battaglioni e rossonere della resistenza. Ogni cimitero ne è pieno. Non solo le città bombardate e rase al suolo distinguono l’Ucraina dal resto d’Europa, ma anche i suoi cimiteri. Nei cimiteri dell’Europa non sono frequenti le tombe dei soldati di oggi. Nei cimiteri d’Europa non si vedono spesso tombe di ragazzi uccisi in azione che hanno come data di nascita il 1999 e la morte 2024.
Un’altra tradizione dolorosa, nata negli ultimi dieci anni a partire dal massacro di Maidan nel febbraio 2014, è la pubblicazione di foto dei funerali sui social media e sui giornali ucraini. Come scrive Victoria Amelina nel suo libro postumo “Guardando le donne guardare la guerra” (di cui Linkiesta ha pubblicato in anteprima in Italia un brano nel magazine Scenari 2025): «I funerali non dovrebbero assomigliare a conferenze stampa, ma quello di Volodymyr Valulenko lo è». Oggi quasi tutti i funerali di ucraini caduti – siano essi militari o civili – vengono immortalati. Partecipare a un funerale in città o seguirlo in diretta è diventato tradizione, un lutto collettivo, un momento di unità per un Paese che piange i suoi morti – piange coloro che hanno sacrificato la propria vita per permettere agli altri di vivere.
Per seppellire e commemorare i soldati caduti, sono stati creati nuovi cimiteri e luoghi di memoria. A Lviv è nato Marsove Pole (Campo di Marte), appena fuori dalle mura del cimitero di Lychakiv, il più importante della città. A Kyjiv è stato istituito il Muro della Memoria, dove vengono esposte le foto dei caduti. In altre città, le immagini dei soldati vengono collocate nelle piazze centrali, ricordando i monumenti dedicati ai caduti della Seconda Guerra Mondiale, quella che avrebbe dovuto essere «l’ultima guerra globale», quella del «mai più».
Le tombe dei soldati sono tra le più visitate nei cimiteri, anche da sconosciuti che rendono omaggio a chi ha sacrificato la propria vita per la loro libertà. A Lviv, sul Campo di Marte, le messe commemorative si tengono ogni ultimo sabato del mese. Nella cultura ucraina, piantare alberi e fiori in memoria dei defunti è una tradizione significativa, poiché si crede che l’anima del defunto possa continuare a vivere attraverso le piante.
«La guerra non è ancora finita, ma gli ucraini hanno già i loro luoghi di memoria», ha scritto Christian Rocca, direttore de Linkiesta, nel suo libro “L’Ucraina siamo noi”. La memoria dei caduti ucraini, vittime dell’aggressione russa, prende forma oggi, in tempo reale, proprio come le foto dei funerali che vengono condivise in diretta.