Quando le vacche erano grasseLa fine del giornalismo, e di tutto, da Graydon Carter a oggi

È difficile spiegare a chi non c’era che cosa fossero le riviste, come Vanity Fair, quando i giornalisti erano strapagati e molto irritabili, cioè quando nelle redazioni c’erano due cose entrambe finite: soldi, e rilevanza

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Sono finiti i soldi, ma non l’ambizione. Che non è finita si capisce dalle date. Ma, prima delle date, dobbiamo occuparci di come tradurre “When the going was good”, il titolo del memoir di Graydon Carter che è uscito ieri in America, e non credo uscirà mai in Italia. Io direi: quando le vacche erano grasse.

Quando le vacche erano grasse e chi c’era da prima già le vedeva più smunte, Graydon Carter divenne direttore dell’edizione americana di Vanity Fair.

Era l’estate del 1992, e Graydon Carter, un canadese che a un certo punto aveva fatto il ferroviere (ma nel memoir delle vacche grasse ci tiene a precisare che mica era davvero povero: era un’abitudine della borghesia canadese far fare questa gavetta ai figli), sostituì alla direzione del mensile più patinato del mondo Tina Brown, un’inglese che tra le altre cose aveva messo in copertina Demi Moore nuda e incinta senza che né Moore né Annie Leibovitz, che aveva scattato la foto, avessero avuto l’intuizione che quella fosse la foto da usare, quella che avrebbe cambiato la storia delle copertine dei giornali patinati (poi sulle copertine ci torniamo).

Brown passava al New Yorker, e qui si comincia coi dettagli dell’ambizione. Con la scusa che il New Yorker quest’anno compie cent’anni, Tina Brown un mese fa ha bruciato le vacche grasse a Graydon Carter. Il 24 febbraio, nella sua newsletter (che leggo con voluttà nonostante sia insofferente alle newsletter), ha ricostruito come divenne direttore del New Yorker.

La versione di Tina: Si (Si Newhouse, proprietario della casa editrice del New Yorker e di Vanity Fair, Condé Nast – poi ci torniamo) le aveva già chiesto quattr’anni prima di passare al New Yorker, ma lei aveva nicchiato, non le andava di fare un settimanale. Quel giugno del 1992 però insistette tanto, e lei cedette. (Questa versione Tina l’aveva già data in “The Vanity Fair Diaries”, ma sa bene che nel 2025 nessuno si ricorda un libro del 2017).

Possiamo noi credere che sia un caso che Tina ribadisca questa sua versione della cronologia delle direzioni un mese prima che escano le vacche grasse in cui Graydon dice che al New Yorker doveva andare lui, che Si gli aveva dato la possibilità di scegliere e lui riteneva non fosse il caso d’andare a Vanity Fair, dopo anni passati a prendere per il culo quel mondo? (GC faceva una rivista satirica, Spy, che tra le altre cose appiccicò a un certo Donald Trump, allora palazzinaro, il nomignolo di short-fingered vulgarian, villano dalle dita tozze – anche al Donald poi torniamo, non mi perdete il filo).

No che non può essere un caso, orsù. Non più di quanto lo sia il fatto che il memoir di GC, un Jay Gatsby di fine Novecento determinato a stare nel lusso e nella ricchezza quanto e più d’un personaggio letterario dell’inizio del secolo, esca due settimane prima del centenario della pubblicazione del “Grande Gatsby”, un romanzo che ha condizionato ogni racconto della ricchezza americana per i cent’anni successivi.

La versione di Graydon è che lui doveva andare al New Yorker ma, la mattina stessa della nomina, Anna Wintour gli dice «sarà Vanity, fai la faccia sorpresa quando Si te lo dice», perché Tina aveva preteso il New Yorker per sé. Tina sa bene che la prima versione è l’unica che conta, e la sua newsletter è arrivata un mese prima del libro di Graydon. In questo decennio fanno tutti e due una newsletter – quella di Brown più recente e individuale, quella di Carter più testata giornalistica, si chiama Air Mail, il primo numero ebbe come sponsor unico Hermès – giacché i giornali sono morti, ma questo non rende chi li faceva meno competitivo. Chissà le cattiverie che hanno detto una dell’altro, smentendosi a distanza.

D’altra parte Carter è abbastanza feroce anche con Anna Wintour, e col suo Met Ball che considera una cafonata aperta a tutte le Kardashian possibili, e lui si è inventato la festa dopo gli Oscar di Vanity Fair, una roba su cui sono stati scritti libri (raccomando caldamente “How to lose friends and alienate people”, di Toby Young), una roba seriamente esclusiva: lui la Kardashian non l’avrebbe fatta neppure avvicinare. Ma poi sappiamo com’è andata: che ora le celebrità social hanno quel che prima avevano i giornali.

È difficile spiegare a chi non c’era che cosa fossero i giornali quando avevano due cose entrambe finite: soldi, e rilevanza. Quello che fa impressione è che l’anno in cui Carter diventa direttore, il 1992, è l’anno in cui inizia a lavorare nei media la mia generazione, che dal primo giorno si sente dire che ormai è tutto finito, non c’è più budget per fare nulla, ti sei persa gli anni migliori. E quindi ora, quando si leggono i resoconti delle vacche grasse di Graydon Carter e di Bryan Burrough e di Donald Trump, ci si chiede: ma, se quelli erano già considerati anni di riflusso, prima quanti soldi avevano i giornali? (Carter racconta che a un certo punto raccoglieva trecento pagine pubblicitarie al mese, a centomila dollari l’una. Fanno trenta milioni a numero, ho fatto il conto io per voi, e ora vado a farmi rianimare).

Bryan Burrough so che non l’avete mai sentito nominare, perché il nome non diceva niente a me né a nessuno di quelli cui in questi giorni ho fatto leggere allibita il suo resoconto dei suoi anni al Vanity di Carter, e noialtri siamo gente che ha sugli scaffali di casa tutti i numeri di Vanity Fair di quegli anni. Vi ricopio stralci di quel che ha scritto per la Yale Review.

«Probabilmente sto infrangendo qualche regola non scritta dell’editoria, ma tanto vale: per venticinque anni, ho avuto un contratto per fare tre articoli l’anno, lunghi, in genere diecimila parole. Per questo compito, ho al massimo guadagnato 498mila e centoquarantuno dollari l’anno. Non è un refuso, fanno più di centosessantaseimila dollari ad articolo. Allora come oggi, centosessantaseimila dollari sono un buon anticipo per un libro […] E poi c’erano i soldi di Hollywood: ogni tre o quattro articoli, uno veniva opzionato per farne un film. Un’opzione di un anno e mezzo stava tra i quindici e i ventimila, alcune me le pagavano di più. […] Erano tempi in cui la dirigenza permetteva agli autori di tenersi i soldi del cinema. Di questi tempi? Una rivista che mi piace si tiene il 90 per cento dei diritti».

Alcune note a margine di queste cifre. Ci si può consolare pensando che in Italia non esistono giornali che pubblichino articoli di diecimila parole (nel nostro sistema di conteggio: sessantamila battute), per scrivere i quali devi lavorare mesi facendo ricerche e andando in giro. L’idea di articolo con grandi sbattimenti di un inviato italiano è: uno per scrivere il quale deve andare nella sala stampa di Sanremo. L’idea di articolo lungo d’un committente italiano è: puoi scrivere ottomila battute. Io, che supero spesso le diecimila, di solito mando i miei articoli scrivendo nell’oggetto della mail «È lungo come “Ben Hur”».

Poi sì, c’è quel filosofo che dice che il lusso è nemico dell’osservazione, e insomma negli anni delle vacche grasse teoricamente si dovrebbe raccontare peggio: ditelo a Truman Capote, ditelo a Tom Wolfe, ma ditelo pure a me, che in seconda classe non vado a raccontare neanche la fine del mondo. (Carter, che è pur sempre uno di noi provinciali, dice tutto tronfio che le vacche erano talmente grasse che la foto del suo passaporto la scattò Annie Leibovitz; sapevo di quella di Donatella Versace scattata da Steven Meisel: ci sarà della competizione anche lì?).

Altre note: ho capito che era tutto finito in molti momenti diversi del mio rapporto coi giornali. Di recente ho citato a un direttore quella volta, era il gennaio del 2020, in cui Hearst mi mandò a Parigi su un EasyJet, posto centrale. Non avevo mai preso prima un low cost, ne parlo come la Fallaci parlava del Vietnam. Il direttore cui l’ho raccontato mi ha risposto qualcosa come: ma anzi, EasyJet non è manco male, rispetto a RyanAir – prima di procedere a raccontarmi che ormai i giornali chiedono ai direttori che vanno a fare qualcosa fuori di farsi ospitare da amici, invece di farsi pagare l’albergo dall’editore.

Ma sono anche stata una collaboratrice di Condé Nast, quando la fine di tutto non era così conclamata. Era il 2017 quando mi mandarono da firmare un modulo con cui cedevo a loro i diritti dei miei articoli tradotti all’estero. Non l’ho mai firmato, e non ne parleremo ora, perché quel modulo varrebbe un articolo diverso, uno sul ceto medio complessato che vuole così tanto scrivere sui giornali che vuole farlo anche quando essi non hanno più né soldi né rilevanza, e pensa che essere tradotti all’estero sia così prestigioso e lusinghiero per la zia al paesello che insomma, che bisogno ho che mi paghino la traduzione messicana di quel ritratto di Beyoncé, in fondo l’avevo scritto una volta sola e me l’avevano già pagato per la versione italiana, vuoi mettere il prestigio percepito, mica vorrai pure i soldi.

Ora che la fine è conclamata ovunque – sul Vanity americano di questo mese c’è in copertina Gwyneth Paltrow, ed è la prima volta che lo leggo nei sei anni e spicci dalla dipartita di Carter, che è stato sostituito da una tizia più all’inseguimento del pubblico giovane di quanto lo siano i politici che si aprono un TikTok – l’Italia non è certo immune.

Due settimane fa gli uffici di Condé Nast – che a Milano erano in piazza Cadorna, e durante la pandemia si diceva avessero proprio deciso di dismetterli, tre milioni di euro di affitto l’anno quando tanto ormai lavorano tutti da casa – si sono trasferiti vicino via Melchiorre Gioia. Dicono che un paio di figure dirigenziali (loro direbbero: apicali) siano state nominate brand ambassador, nome pomposo per il tristo incarico di andare dagli stilisti a convincerli che lo spostamento non è verso una zona più economica, ma verso la più vibrante e contemporanea Milano dei grattacieli.

Sì, ma Bryan Burrough (non ve lo sarete già dimenticato): chi è, e se lui guadagnava così quanto diavolo prendevano Christopher Hitchens o Dominick Dunne, per dire due nomi ben più prestigiosi di tizi che scrivevano ogni mese? Quanto prendevano, per fare un pezzo ogni tanto, Maureen Orth o Maureen Dowd? Forse preferisco non saperlo: i tanti soldi che ero convinta di guadagnare negli anni delle vacche grasse inizierebbero a sembrarmi una miseria.

Tempo fa mi hanno chiesto di tornare a scrivere per un giornale per il quale scrivevo sette vite fa. Ho pensato a quel romanzo sui pubblicitari che andava di gran moda qualche anno fa, quello il cui protagonista dice «Eravamo irritabili e strapagati». Ho detto qualcosa tipo: ma voi ormai pagate troppo poco. E poi, per un attimo, ho preso in considerazione l’idea di farlo, solo perché il direttore mi aveva dato la risposta più spiritosa che possa dare un direttore di giornale nel tempo in cui i giornali hanno finito i soldi: anzi, di solito chiediamo noi due spicci a chi scrive.

Graydon Carter si chiede perché tutti fossero così sovreccitati per la copertina dell’ottobre 2006, la più complicata dei suoi venticinque anni di direzione. Mesi di trattative, segreti segretissimi, esclusive in cassaforte. Erano le prime foto di Suri Cruise, figlia di Tom e di Katie Holmes. A ripensarci oggi non sembra neanche vero che ci sembrasse interessante. Sembrava tutto ed era niente: è o non è una poderosa metafora del giornalismo patinato fatto negli anni delle vacche grasse? Forse, ma la mia metafora preferita è un’altra.

È la fine del 1993, Donald Trump è alla seconda moglie, Marla Maples. Graydon Carter decide di metterli in copertina. Durante il servizio fotografico, alla stylist non piace il golf di Loro Piana che ha inizialmente scelto di far indossare al Donald. Gli chiede di sfilarselo. Lui si rifiuta: sfilarsi un golf è un attentato all’architettura dei suoi capelli.

Come finirebbe oggi? Non lo so, probabilmente in nessun modo: i soldi sono finiti, e quindi l’intervista al palazzinaro ricco verrebbe illustrata con delle foto prese dal suo Instagram, senza che nessuno debba procurarsi da stilisti smaniosi di stare su giornali rilevanti golf che costino come un intero anno di emolumenti di un collaboratore del ceto medio complessato. Quel giorno, sul set del servizio fotografico di Michel Comte, qualcuno si procurò un paio di forbici, e il cachemire fu diligentemente tagliato di dosso al Donald, senza spettinarlo.

Se fossi Tracey Emin, la mia installazione sulla fine dei soldi nell’editoria sarebbe un padiglione della Biennale diviso in due: un cachemire sforbiciato da una parte, e dall’altra un’intervista fatta su Zoom, così risparmiamo pure l’EasyJet.

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