Realtà virtualeSe non ci svegliamo, nessun NextGenerationEu basterà a salvarci

Discutiamo di cosa debbano fare i cittadini per evitare il rischio di una terza ondata, invece di parlare di cosa non ha fatto il governo per scongiurare questo pericolo, cioè niente. Ma così non ne usciamo, e nessuna fatina europea potrà aiutarci

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Nella realtà virtuale in cui siamo immersi da qualche mese ci siamo ormai abituati a discutere di cosa debbano fare i cittadini per evitare il rischio di una terza ondata, invece di parlare di cosa non ha fatto il governo per scongiurare questo pericolo, cioè niente di niente, trasformandolo di conseguenza in una certezza.

Ancora più surreale è il dibattito sul NextGenerationEu e la sua gestione, di cui continuiamo a parlare come se si trattasse di una sorta di cornucopia destinata a fare la felicità di qualunque governo si trovi a disporne, quasi fossimo davvero alle porte di un nuovo miracolo economico. Ma quando usciremo dal tunnel della pandemia dovremo semmai fare attenzione a evitare un nuovo otto settembre (augurandoci che nel frattempo Goffredo Bettini abbia trovato occasione di spiegare la differenza a Giuseppe Conte e ai suoi brillanti speechwriter).

Vittime della loro stessa propaganda, si direbbe che le principali forze di maggioranza abbiano cominciato a credere davvero che la più grave crisi economica e sociale di sempre sia per l’Italia l’equivalente di una vincita al totocalcio, che consente al governo di buttare miliardi a destra e a manca, dai monopattini all’Ilva, come se non ci fosse un domani, che invece c’è, e prima o poi presenterà il conto. E non è detto che lo faccia nelle forme felpate e anodine delle analisi di Mario Draghi riportate dai giornali di ieri.

Abbiamo il primato europeo e il quinto posto al mondo tra i paesi con il più alto numero di decessi per Covid, eppure sembra quasi che non ce ne importi. Più morti di noi, infatti, li hanno avuti solo Stati Uniti, Brasile, India e Messico. Quattro paesi che sarebbe stato comunque arduo superare, considerando che paragonati all’Italia hanno un numero di abitanti più che doppio (Messico), triplo (Brasile), quintuplo (Stati Uniti) o di tanto maggiore che non esiste nemmeno il termine per esprimere il rapporto (il ventiduuplo dell’India).

Eppure abbiamo passato i mesi tra la prima e la seconda ondata a raccontarci che il niente che stavamo facendo era addirittura un modello di gestione del virus che tutto il mondo c’invidiava. E allo stesso modo, tra una pacca sulle spalle e l’altra per come le restrizioni tardivamente adottate hanno a malapena appiattito la curva, mentre continuiamo ad avere da oltre un mese tra i cinquecento e i novecento morti al giorno (ieri 846), ci avviamo adesso, soddisfatti e compiaciuti, verso la terza ondata, con l’unica accortezza di scaricare sin d’ora sui cittadini ogni responsabilità per il futuro.

Anzi, a sentire l’ineffabile Vito Crimi, si direbbe che il tragico bilancio della pandemia per il governo rappresenti addirittura una giustificazione, che dovrebbe bastare a rintuzzare ogni critica. Queste infatti le sue testuali parole, al termine dell’incontro con il presidente del Consiglio in occasione della famigerata verifica: «Nella situazione in cui ci troviamo di pandemia e di seconda ondata che non riducono né i morti né i contagi come dovrebbero, discutere di rimpasto ci sembra davvero surreale». Se non fosse una tragedia ci sarebbe da ridere. Su una cosa però Crimi ha ragione senz’altro: la discussione è decisamente surreale.

Può darsi, in ogni caso, che i padiglioni a forma di fiore voluti dal nostro poetico commissario all’emergenza facciano il miracolo di immunizzare l’intera popolazione a tempo di record, o quanto meno in tempi più rapidi di quelli impiegati dallo stesso Domenico Arcuri nel reperire mascherine e improbabili banchi a rotelle (per quale ragione, attorno a ogni tragedia, dobbiamo sempre aggiungere un così spesso strato di ridicolo è tema troppo profondo per affrontarlo in questa sede, ma merita ugualmente di essere segnalato). Di sicuro, comunque, è semplicemente risibile l’idea che questo inverno, come per incanto, spariscano da sé tutti i problemi che abbiamo avuto in autunno con le scuole, i trasporti, il tracciamento, e in breve con tutto quanto avremmo dovuto pensare e organizzare almeno da maggio. Problemi che si ripresenteranno tali e quali a gennaio. Anzi, in forma pure più complicata, perché a differenza di settembre avremo anche il freddo, l’influenza stagionale e soprattutto un numero di contagi decisamente più alto.

Eppure continuiamo a discutere delle infinite meraviglie che potremo fare con le risorse del NextGenerationEu e persino l’eventuale crisi di governo è letta come lo scontro tra partiti che si contendono l’onore e il piacere di inaugurare una simile età dell’oro.

Ma neanche se fossero duecentonovemilamilioni di fantastiliardi, di questo passo, basterebbero a tappare i buchi e a rimettere in piedi l’economia e la società italiana. Tanto meno se il modo di gestirli sarà quello immaginato finora a Palazzo Chigi, su cui rimando a quanto ha già scritto qui Giovanni Cagnoli. Ma il problema è più profondo e non riguarda solo il governo: dobbiamo smetterla di raccontarci favole e uscire dalla realtà virtuale. Se non ci svegliamo e non ci decidiamo ad affrontare i problemi – cominciando col riconoscerne l’esistenza – nessuna fatina europea verrà a salvarci.

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