La lezione del blackoutLa fragilità di Facebook è un pericolo per la società dei social media

Il malfunzionamento delle piattaforme controllate dall’azienda di Zuckerberg ci ricorda una volta di più quanto queste siano importanti nella vita di tutti i giorni. Garantire la continuità di servizi da cui in qualche modo dipendiamo è una priorità assoluta, per la democrazia, per il mercato e per tutti noi

AP / Lapresse

«Ciao letteralmente a tutti». Il tweet più affilato della settimana è proprio dell’account Twitter, che lunedì ha ironizzato sul malfunzionamento di Facebook e il suo network di piattaforme social, sapendo che in quelle ore tutto il mondo navigava sull’app dei 280 caratteri.

Il blackout di Facebook ha tenuto fuori uso Instagram e WhatsApp e Facebook Messenger per circa sei ore: agli utenti sono apparsi messaggi di errore come «Impossibile caricare il contenuto», o «Sei offline», che hanno reso impossibile accedere ai siti e alle applicazioni da altri dispositivi.

Al di là di ogni battuta goliardica, l’interruzione dei servizi offerti da Facebook e le sue app satellite ha avuto un impatto non indifferente sulla vita delle persone, in tutto il mondo: basti pensare all’Italia e a quanto l’assenza di certe funzioni possa aver limitato, ad esempio, i media durante lo spoglio dei voti per le elezioni amministrative, con le redazioni dei giornali costrette a cercare metodi alternativi per comunicare.

Probabilmente ci sono state criticità ancora maggiori dall’altro lato dell’Atlantico, dal momento che il malfunzionamento è avvenuto durante l’orario lavorativo per la maggior parte delle persone (mentre in Europa è arrivato intorno alle 18 ed è durato fino a mezzanotte, più o meno).

La verità è che, in un modo o nell’altro, la nostra società è diventata dipendente dai servizi offerti da Facebook e i social che gravitano nella sua orbita. Non solo per lavorare. «WhatsApp, Messenger e altre piattaforme sono spesso gli unici modi che le persone hanno per tenersi regolarmente in contatto con la famiglia», scriveva ieri l’Independent.

L’articolo del quotidiano britannico, firmato da Victoria Richards, spiega proprio quanto questo tipo di comunicazione sia preziosa oggi, a maggior ragione dopo 18 mesi di lockdown e isolamento. Cita un paio di esempi particolarmente validi. Uno scrittore ha twittato: «Le battute sono divertenti, i social media ci stanno facendo marcire il cervello, ecc. Ma dato che mio padre è in ospedale in terapia intensiva con il covid, l’unico modo per comunicare con la famiglia è tramite WhatsApp. In questo momento le battute non sono particolarmente divertenti». E poi, nei commenti allo stesso tweet: «WhatsApp è l’unico modo in cui posso contattare mia sorella incinta e la mia famiglia che vive all’estero».

La nostra quotidianità è scandita in qualche modo dalla comunicazione istantanea offerta da Facebook. Allo stesso tempo, però, la rete internet a cui ci appoggiamo è estremamente «fragile», come l’ha definita Adrienne LaFrance, Executive Director dell’Atlantic che per anni si è occupata dell’azienda di Mark Zuckerberg, dei suoi lati oscuri e dei suoi problemi.

«Il web – dice LaFrance – non è solo fragile, ma è proprio effimero: abbiamo l’impressione che questi giganti della rete siano destinati a durare in eterno, ma nulla dura online e tutto decade, crolla, prima o poi, succede continuamente. Anche se un’interruzione così grave non l’avevamo ancora mai vista».

Le conseguenze del blackout di lunedì potrebbero avere effetti secondari importanti, anche sul piano culturale e sociale.

«Un massiccio, anche se temporaneo, spostamento dell’attenzione di miliardi di persone – spiega Adrienne LaFrance – spinge quelle stesse persone a riflettere sulla relazione con questi siti. Poi ci sono anche conseguenze economiche: chi utilizza questi strumenti per lavoro diventa meno produttivo a causa del blackout, per molte attività, ad esempio nel marketing digitale, non è possibile sostenere un’improduttività simile».

Certo, il nostro rapporto con i social non è solo lavoro o dipendenza in senso negativo. Pubblicare foto, articoli, pensieri, ci aiuta a interagire con gli altri, a creare legami, ad approfondire storie e relazioni.

Il rapporto di ognuno di noi con i social media è da qualche parte nel mezzo, a metà strada tra la dipendenza e l’utilità sociale. «C’è almeno una lezione che possiamo imparare: per superare questa ossessione globale l’unica via è la moderazione. Fare a meno dei social non sarebbe più possibile, ma anche immergersi totalmente non è il massimo», scrive l’Independent.

La fragilità del web, e nostra, insieme, portano al capitolo più delicato: la sicurezza. La grandezza e il controllo che ha Facebook su tutta una rete di piattaforme usate da miliardi di utenti in tutto il mondo può essere un pericolo. Quanto meno dovrebbe ricordarci che l’impero costruito e allargato da Zuckerberg può essere fonte di problemi per la nostra società, per la democrazia, per l’umanità. Non solo quando va in down. Anche quando è online.

Non sappiamo ancora se si sia trattato di un attacco hacker – la pista sembra ancora poco probabile – ma è preoccupante che la chiusura temporanea di una singola azienda sia stata in grado di influenzare così tanto Internet.

Un segnale d’allarme lo lancia Msnbc in un articolo firmato dall’opinionista Tiffany C. Li: «Più utilizziamo tecnologie connesse, affidandoci al cloud computing e all’Internet of Things per più delle nostre vite, più aumentano i nostri rischi per la sicurezza informatica».

L’articolo sottolinea una volta di più il fatto che Internet sia un ecosistema basato su una rete mondiale di cavi sottomarini e server distribuiti, e che è fin troppo facile dimenticare che Internet non è solo una cosa astratta: l’infrastruttura fisica esiste ed è importante.

Il più delle volte siamo concentrati sui pericoli derivanti da Big Tech intesi come problemi di natura culturale, o di protezione delle informazioni e dei dati personali – problemi che ci sono e rimangono, ovviamente. L’infrastruttura Internet, in confronto, sembra molto meno interessante e importante. Ma forse è proprio per questo che dobbiamo investire di più per tutelarla.

«La sicurezza informatica – si legge su Msnbc – è parte integrante della sicurezza nazionale di ogni Paese e l’infrastruttura Internet è un’infrastruttura critica. È importante investire per espandere la banda larga e l’accesso alla fibra: la pandemia ci ha mostrato quanto sia cruciale l’accesso a Internet ed è vergognoso che così tante persone non abbiano ancora accesso a Internet. L’accesso a Internet è un diritto umano e investire nell’infrastruttura Internet può aiutarci a proteggere tale diritto per tutti».

Sarebbe poi importante, per tutti i Paesi, investire maggiormente nella sicurezza informatica e nella tecnologia, formare più professionisti della sicurezza informatica nelle istituzioni e avere più studenti e ricercatori al lavoro su questo tema. E poi ovviamente ci sarebbe bisogno di politiche che supportino l’industria tecnologica, e bisognerebbe creare delle vie alternative per garantire la continuità di determinati servizi: un punto a favore di chi sostiene misure normative per sostenere una maggiore concorrenza nello spazio della rete.

«È tempo di pensare a un Internet pubblico – è la conclusione dell’articolo di Msnbc – come supplemento, estensione e alternativa al nostro attuale settore Internet dominato dalle aziende. Un Internet migliore è possibile. Non è mai troppo tardi per iniziare».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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