Tempo di bilanci Il 2022 è stato l’anno delle fonti fossili, ma il futuro non è tutto grigio

A fine anno l’utilizzo di petrolio, carbone e gas avrà generato 37,5 miliardi di tonnellate di emissioni di anidride carbonica: è il valore più alto mai registrato dal Global carbon project. Ma le rinnovabili, nel frattempo, continuano a crescere, e i veri risultati potrebbero arrivare nei prossimi cinque anni. Anche se il tempo stringe

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Il 7 dicembre il Regno Unito ha autorizzato l’apertura della prima miniera di carbone in oltre trent’anni. Pur trattandosi non di carbone termico, la tipologia utilizzata per generare energia, ma di carbone coke, necessario alla produzione dell’acciaio, la notizia è comunque rappresentativa di una situazione generale: non soltanto le economie in via di sviluppo, ma anche quelle avanzate – proprio i britannici, alla COP26 di Glasgow, promettevano di «consegnare il carbone alla storia» –, fanno fatica a distaccarsi dai combustibili fossili.

L’invasione russa dell’Ucraina ha infatti scatenato una corsa frenetica all’accaparramento di gas naturale. Le difficoltà nel reperirlo hanno indotto i governi a ripiegare sul carbone, l’idrocarburo più “sporco”, che sta infatti vivendo una fase di rinascimento, soprattutto in Germania. Le emissioni di gas serra generate dalla sua combustione, sia nelle centrali termoelettriche che negli stabilimenti industriali, sono le principali responsabili del riscaldamento globale.

Stando a un recente studio del Global carbon project, nel 2022 l’utilizzo di combustibili fossili – soprattutto petrolio e carbone – genererà 37,5 miliardi di tonnellate di emissioni di anidride carbonica: si tratta del valore più alto mai registrato dall’organizzazione, che renderà ancora più complicato il raggiungimento dell’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media della Terra entro gli 1,5 °C. 

Il dato stimato dal Global carbon project, dell’un per cento superiore ai livelli del 2021, sembra segnalare un’inversione netta rispetto al 2020, quando i lockdown imposti dalla pandemia provocarono un calo delle emissioni di oltre il cinque per cento. Due anni fa, la speranza era che le emissioni mondiali avessero ormai raggiunto il loro picco, con una conseguente diminuzione negli anni successivi. Ma già nel 2021 l’allentamento delle restrizioni e la conseguente ripresa di spostamenti e produzioni avevano riportato la situazione emissiva al 2019. E il 2022, con il ritorno alla “vita normale”, l’ha spinta addirittura oltre.

Come fa notare il Washington Post, la storia dell’ultimo secolo traccia una corrispondenza tra crisi economiche e calo delle emissioni. I livelli di CO2 diminuirono infatti nel 1973 e nel 1979, anni di shock petroliferi, e ancora nel 2008 e nel 2009, “grazie” alla Grande recessione. Se si accetta questa interpretazione, allora la crisi del coronavirus non ha segnato un punto di svolta, ma piuttosto ha confermato una tendenza.

I piani di recupero dalla pandemia stilati dalle economie avanzate, però, dedicano un’attenzione mai vista alle fonti di energia “pulita” e alla riduzione dell’impronta carbonica. Il loro obiettivo di fondo è spezzare il nesso tra calo del Pil e calo delle emissioni, dimostrando così che è possibile crescere economicamente anche riducendo il consumo di idrocarburi.

Ma nelle Nazioni in via di sviluppo – specialmente in quelle asiatiche – il carbone è ancora una fonte imprescindibile, in quanto stabile ed economico, per generare l’elettricità. Senza l’assistenza dei Paesi ricchi, le economie emergenti non sono in grado di sostenere i costi di costruzione degli impianti eolici e solari, più le spese di installazione delle batterie per lo stoccaggio energetico e quelle per l’adeguamento delle reti. In India, ad esempio, nonostante i piani di transizione ecologica, quest’anno l’uso del carbone aumenterà del cinque per cento.

Nell’ultimo anno, tra centrali elettriche o a carbone e terminali per l’esportazione del gas, nel mondo sono ripartiti circa ottanta progetti dedicati ai combustibili fossili. Secondo le previsioni di Rystad energy, nel 2024 gli investimenti in nuove infrastrutture per il gas toccheranno quota quarantadue miliardi: un incremento del cinquanta per cento rispetto al 2022.

Quello del 2022, tuttavia, non è un racconto del trionfo assoluto dei combustibili fossili. Nell’ultimo rapporto annuale dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), dedicato allo stato delle rinnovabili, si legge infatti che la crescita della capacità energetica globale dalle fonti pulite è destinata a raddoppiare entro il 2027: aumenterà di quasi 2.400 gigawatt, per arrivare a 5.640 gigawatt.

Rispetto alle stime pubblicate dall’organizzazione a fine 2021, l’accelerazione è del trenta per cento. A contribuirvi maggiormente, peraltro, non sono solo l’Unione europea e gli Stati Uniti, ma anche due potenze del carbone come la Cina e l’India.

Il direttore esecutivo dell’Iea, Fatih Birol, ha detto che «nei prossimi cinque anni il mondo è destinato ad aggiungere tanta energia rinnovabile quanta ne ha introdotta nei vent’anni precedenti». Prese insieme, le rinnovabili supereranno il carbone come fonte principale per l’elettricità a livello globale nel 2025. Nel 2027 il solare fotovoltaico reclamerà per sé il primo posto assoluto.

«Le rinnovabili si stavano già espandendo velocemente», negli anni precedenti, ha spiegato Birol, «ma la crisi energetica globale», aggravata dall’invasione russa dell’Ucraina, «le ha spinte in una nuova e straordinaria fase di crescita ancora più rapida, perché i Paesi stanno cercando di capitalizzare i vantaggi della sicurezza energetica”.