Peggio del 2022?L’emergenza siccità in inverno e gli inquietanti presagi dell’estate che verrà

È presto per prevedere con certezza cosa accadrà da giugno in poi, ma i segnali di queste settimane non ci forniscono indicazioni incoraggianti. Molto dipenderà dall’accumulo nevoso e dalle piogge primaverili

Torino, la siccità colpisce il fiume Po (LaPresse)

Per un po’ non se n’è più parlato, ma lo spauracchio della siccità non ha mai smesso di essere attuale. L’assenza di precipitazioni dello scorso anno protrattasi dall’inverno fino all’estate inoltrata, unita a temperature molto elevate, ha impoverito le risorse idriche (come falde, bacini, fiumi e laghi) e per alcune settimane ha messo a dura prova la capacità del sistema di soddisfare il fabbisogno idrico nazionale. 

In autunno, con la stagione dell’irrigazione dei campi ormai conclusa e le precipitazioni in aumento, il problema ha smesso di essere percepito come un’emergenza. Ma non per questo è stato risolto né ha smesso di mostrare i suoi effetti. Dopo un anno nero per l’agricoltura e per la produzione di energia idroelettrica, e in cui abbiamo iniziato a mettere in discussione l’utilizzo che facciamo dell’acqua, a oggi le risorse idriche superficiali e sotterranee sono in molti casi ancora in difficoltà. 

La portata del Po è sempre sotto la media e il livello dei grandi laghi, a eccezione del Lago Maggiore che registra un lieve e costante incremento, resta stazionario. Rispetto al massimo valore d’invaso, le percentuali di riempimento dei laghi di Como e di Garda (dove già adesso si può raggiungere a piedi l’isola di San Biagio, a duecento metri dalla costa) sono rispettivamente del 19,6 per cento e 24,7 per cento. 

Il tema della siccità ridiventa ogni giorno più centrale nel discorso pubblico e nelle preoccupazioni di molti. Non solo perché siamo sempre più vicini alla primavera, stagione in cui il fabbisogno idrico tornerà ad alzarsi per via dell’irrigazione agricola, ma anche perché viviamo (e ci attendono) giorni insolitamente caldi e ancora senza precipitazioni. Come vedremo, però, è ancora presto per prevedere con certezza che tipo di estate ci attende.

Un (nuovo) anticiclone si aggira per l’Europa
Al momento su gran parte d’Europa, Italia inclusa, è arrivato un anticiclone, ovvero un vasto campo di alta pressione. Significa che nei prossimi sette-dieci giorni non sono previste precipitazioni, né pioggia né neve. Anzi, in Italia ci saranno temperature sopra la media e prevalenza di bel tempo, pur con annuvolamenti sulle zone costiere e nebbia (e relativo aumento dei livelli di smog) in Pianura Padana. 

«Sono eventi tipici dei contesti di alta pressione in inverno», spiega a Linkiesta Andrea Colombo, meteorologo di 3BMeteo. Non è sempre possibile fare previsioni attendibili sul medio periodo, perché le condizioni possono essere molto variabili: gli anticicloni invece sono discretamente prevedibili anche a medio termine e questo è il motivo per cui possiamo sapere con un relativo grado di certezza che il meteo resterà stabile per i prossimi giorni, senza peggioramenti. 

«Questa vasta area di alta pressione non è anomala né eccezionale, meteorologicamente parlando», prosegue Colombo. «È una struttura che si può generare in tutti i periodi dell’anno e rientra in una normale fase anticiclonica. È però vero che, da un anno e mezzo circa a questa parte, tende a ripresentarsi spesso sopra di noi e di conseguenza si inserisce in un trend che amplifica il problema della siccità». 

Rischio siccità in Italia: il punto della situazione
Come abbiamo ripetutamente sperimentato negli ultimi quindici-diciotto mesi, insomma, siamo in una fase di tempo stabile e senza precipitazioni. È l’anticipazione di una nuova estate siccitosa? A fare ancora una volta il punto della situazione è Emanuele Romano, ricercatore all’Istituto di Ricerca sulle Acque del Cnr esperto di gestione delle risorse idriche e siccità. Si tratta di un punto della situazione, è bene specificarlo, che al momento si basa necessariamente su dati non uniformi. 

L’ultimo bollettino relativo al bacino distrettuale del fiume Po è uscito il 9 febbraio, mentre l’Appennino centrale è l’area su cui Romano lavora in prima persona. Per quanto riguarda gli Appennini settentrionali e meridionali e il distretto delle Alpi Orientali, invece, la pubblicazione dei dati aggiornati (gli ultimi disponibili risalgono a novembre) avverrà nei prossimi giorni. 

Nel distretto del Po le precipitazioni del periodo invernale sono state sempre sotto la media, ma non in modo grave come lo scorso anno. La situazione a gennaio 2023 appariva quindi leggermente migliore rispetto a quella dell’ottobre 2022, ma ciò non ha comunque permesso il recupero delle risorse idriche compromesse. «In questo momento c’è una forte incertezza», commenta Romano. 

«Veniamo da un’annata molto siccitosa e quindi partiamo da una situazione in cui la portata dei fiumi è impoverita, così come quella delle falde. L’acqua che è scesa con la pioggia per il momento non è stata sufficiente a riportare il sistema a una situazione di normalità. I dati di quest’anno, considerati di per sé, non sono clamorosamente gravi: bisogna leggerli però in relazione al fatto che il sistema è già sotto stress per la fortissima siccità dell’anno scorso».

La scorsa estate è stata una fase particolarmente critica anche nell’Italia centrale, dalla Toscana in giù. Di molte di queste zone, come già accennato, si attendono i dati aggiornati al 2023. Intanto si può già dire che «sull’Appennino centrale la situazione è migliorata, perché negli ultimi tre mesi ha piovuto sopra la media», spiega Romano. 

«Ciò che qui desta ancora preoccupazione, come anche nel distretto del Po, è il fatto che alcune risorse idriche hanno tempi di ricarica lunghi: non basta che piova per tre mesi per rigenerarle. Le risorse superficiali e quelle sotterranee più piccole sono uscite dalla situazione di difficoltà, ma non possiamo dire altrettanto delle risorse sotterranee più grandi: stiamo monitorando la situazione, ma serviranno almeno due anni prima di sapere che impatto ha avuto su di esse l’ultima siccità».

Ora molto dipende da accumulo nevoso e piogge primaverili
Anche le precipitazioni nevose in quota e il loro accumulo sono un indicatore da tenere in considerazione per capire se anche quest’anno sarà siccitoso, perché il manto nevoso ha la preziosa funzione di conservare risorsa idrica in inverno per poi rilasciarla in primavera. Su questo fronte la situazione in Piemonte e Lombardia appare leggermente migliore rispetto allo scorso anno. 

I dati, aggiornati a gennaio 2023, indicano che l’accumulo nevoso è inferiore alle medie di riferimento, ma comunque superiore all’accumulo nevoso del 2022 e anche alla media minima critica, con la sola eccezione del Piemonte settentrionale. Qui l’accumulo nevoso attuale è pari a 273 milioni di metri cubi (Mm3) contro una media di 669 Mm3 e un accumulo minimo critico di 459 Mm3.

Considerando che siamo ormai oltre la metà di febbraio e che non sono previste precipitazioni nei prossimi sette-dieci giorni, è difficile che da qui alla primavera cada così tanta neve da modificare questi numeri in modo sostanziale. Ma anche se i dati relativi all’accumulo nevoso oggi a nostra disposizione potrebbero essere considerati quasi definitivi, resta un fattore di incertezza: le piogge primaverili. 

Senza conoscere la loro portata non è possibile predire con certezza se l’estate 2023 sarà come quella del 2022 oppure no. «Se in primavera dovesse piovere più o meno nella media, probabilmente ci porteremmo dietro la sofferenza dell’anno scorso e avremo qualche difficoltà, ma non entreremo in crisi. Se pioverà decisamente meno della media, allora entreremo in crisi, perché avremmo due anni siccitosi consecutivi. Se pioverà significativamente sopra la media, invece, recupereremo il deficit dell’anno scorso e staremo tranquilli», conclude Romano.

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