Ultima chiamataLa procrastinazione climatica e la gradualità che non possiamo più permetterci

Mentre l’Italia si indigna per la vernice su Palazzo Vecchio, l’Ipcc chiude il suo ultimo rapporto del decennio con un bilancio spaventoso, completo e inequivocabile. Il nostro destino è strettamente collegato alla soglia di “irreversibilità” degli 1,5 gradi. Non sforare è ancora possibile, ma il tempo delle misure morbide che accontentano tutti è terminato

Le conseguenze di una forte alluvione a Hadejia, in Nigeria (AP Photo/LaPresse)

«Dobbiamo passare dalla procrastinazione climatica all’attivazione climatica. E dobbiamo farlo oggi». Sono le parole di Inger Andersen, direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), durante la presentazione della sintesi finale del sesto report del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc). La frase riassume accuratamente il messaggio di un documento che Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha definito «la guida alla sopravvivenza dell’umanità». 

Dall’Emissions gap report dell’Unep, pubblicato a fine ottobre 2022, era emerso un pessimismo generale dovuto all’inefficacia degli sforzi dei potenti e alle scarse possibilità di contenere il riscaldamento globale sotto gli 1,5°C (un obiettivo dell’accordo di Parigi). Cinque mesi e una Cop15 più tardi, la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma dal sunto dell’Ipcc emerge un cauto (cautissimo) ottimismo che a ottobre – qualche giorno dopo la chiusura della Cop27 – non era minimamente trapelato. Il punto è: sì, la finestra si sta per chiudere, ma abbiamo gli strumenti e le conoscenze per non sprecare quest’ultima chance e limitare dei danni solo in parte irreparabili. 

Il documento presentato ieri a Interlaken (Svizzera), al termine di un’intensa settimana di negoziati e discussioni tra i membri più autorevoli della comunità scientifica internazionale, sarà l’ultimo report dell’Ipcc da qui al prossimo decennio, quando sapremo che sarà stato della fatidica soglia degli 1,5°C di aumento della temperatura media rispetto ai livelli pre-industriali: abbiamo – sostiene l’organo delle Nazioni unite – il cinquanta per cento di possibilità di farcela. Ma se dovessimo superare quella linea, le strategie di adattamento alla crisi climatica potrebbero rivelarsi inefficaci. Sopra i 2°C sarebbe più complesso per tutti, e gli effetti pervasivi di questa emergenza – «inequivocabilmente» innescata dalle attività antropiche – potrebbero essere impossibili da contenere. 

Hoesung Lee, presidente dell’Ipcc, durante la Cop27 (AP Photo/LaPresse)

Non a caso, è proprio sulla soglia degli 1,5°C che si è concentrato il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Secondo l’Ipcc, il destino dell’umanità è appeso anche a quel numero, che non è un’invenzione ma il frutto di anni e anni di ricerca. Ora siamo a quota 1,1°C, e farcela non è impossibile: «La bomba climatica sta ticchettando. Il target è ancora raggiungibile, ma ci vorrà un salto di qualità nell’azione per il clima», ha ricordato Guterres durante il suo intervento. Secondo lui, i Paesi più ricchi dovrebbero anticipare di dieci anni (dal 2050 al 2040) il target della neutralità carbonica. 

Il dito è quindi puntato contro quelle economie che avrebbero la capacità di accelerare la loro transizione verde, ma che continuano a rallentare per soddisfare gli interessi dell’industria fossile. E mentre l’Italia continua a indignarsi per della vernice sui palazzi storici o i vetri delle opere d’arte, il dieci per cento più ricco del pianeta continua a produrre il trentacinque-quarantacinque per cento delle emissioni globali. Emissioni che, per restare in linea con l’accordo di Parigi, devono ridursi del sessantacinque per cento entro il 2030 e dell’ottanta per cento entro il 2040 (rispetto ai livelli del 2019). 

Dal 1970 a oggi, ricorda l’Ipcc, le temperature superficiali della Terra sono aumentate a una velocità mai osservata in un periodo di tempo analogo. E la stessa cosa vale per le emissioni dal 2010 al 2019. Secondo il report, per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, le emissioni dovrebbero raggiungere il loro picco prima del 2025. 

L’immagine più significativa del report dell’Ipcc: il futuro di chi nasce oggi rischia di essere insopportabile (Fonte: ipcc.ch) 

Difficile ma non impossibile, considerando che – come certifica l’Ipcc – il costo delle energie rinnovabili è sceso fino all’ottantacinque per cento nell’ultimo decennio. L’ennesima dimostrazione che gli strumenti per invertire la rotta esistono e sono più convenienti delle fonti fossili, ma non vengono adeguatamente sfruttati. Dal report emerge che, purtroppo, siamo sulla buona strada per raggiungere i +2,8°C di riscaldamento globale entro il 2100: una quota che l’umanità intera, e non solo i tre milioni di individui che vivono in aree «climaticamente vulnerabili», non può permettersi. Il futuro, così, rischia di rivelarsi «insopportabile», come ha scritto l’Italian climate network. 

«Questo rapporto è sicuramente un avvertimento finale per quanto riguarda gli 1,5°C», ha detto Kaisa Kosonen di Greenpeace International. Serve fare di più e spingere sull’acceleratore: non basta quanto fatto e annunciato finora. A primo impatto sembra un’utopia, ma molti risultati raggiunti negli ultimi anni confermano che non è tutto inutile. 

Il report dell’Ipcc ha poi ricordato che quasi l’ottanta per cento delle emissioni arriva dal settore energetico, dall’industria, dai trasporti e dagli edifici. Tutti temi che stanno attraversando un periodo di grandi riflessioni e rivoluzioni, basti pensare all’obiettivo di Bruxelles sulle auto a motore termico e alla direttiva sulle “case green. L’ostruzionismo e l’arretratezza di governi come quello italiano, contrario a entrambe le misure, sono tutti semafori rossi potenzialmente fatali. Gli eventi estremi degli ultimi anni, dalla siccità “infinita” alle inondazioni, sono stati dei piccoli campanelli d’allarme destinati a intensificarsi: è solo un assaggio di ciò che ci attende nei decenni a venire. 

Le prime tre sezioni del sesto rapporto dell’Ipcc, pubblicate tra l’agosto 2021 e l’aprile 2022, hanno spiegato in modo tecnico le cause e le conseguenze della crisi climatica, confermando l’irreversibilità (ancora parziale) dell’emergenza che stiamo vivendo. Il report di sintesi annunciato ieri non contiene alcuna “nuova scoperta”: è una sorta di guida riassuntiva a disposizione dei governi e delle istituzioni che possono avere un impatto profondo sul destino di ognuno di noi. Le azioni dei singoli non sono affatto irrilevanti, ma il tempo delle borracce è finito ed è più che mai necessario focalizzarsi sulle responsabilità di una classe politica che continua a invocare una gradualità tossica. 

Secondo il Guardian, la delegazione saudita (composta da almeno dieci rappresentanti) che ha partecipato ai negoziati di Interlaken ha fatto di tutto per «ammorbidire» i messaggi sui combustibili fossili e inserire dei riferimenti ai progetti di cattura-stoccaggio di carbonio (molto costosi, non sempre facili da applicare e spesso orientati al greenwashing). La stessa delegazione saudita che, a novembre, sarà la protagonista di una Cop presieduta da un petroliere. Un petroliere che, al contempo, è il ministro dell’Industria di un Paese che continua a stringere patti con l’esecutivo di Meloni. Difficile, alla luce di questi eventi, guardare al futuro con fiducia. Nonostante la finestra non sia ancora del tutto chiusa.  

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