L’accento svedese L’alleanza tra destra ed estremisti in Finlandia è il trailer delle prossime Europee?

A Helsinki il vincitore delle elezioni si coalizza con gli ex impresentabili come a Stoccolma, dove il governo Kristersson traballa proprio a causa dei diktat dei sovranisti. È una coabitazione problematica, ma anche la stessa dinamica che potrebbe avvenire a livello comunitario se il Ppe aprisse a Ecr nel 2024

Il premier incaricato finlandese Petteri Orpo con alle spalle i partner di coalizione
Petteri Orpo (Foto Heikki Saukkomaa/Lehtikuva via AP)

Da centro-destra a destra-centro. Anche in Finlandia, la Coalizione nazionale (Kok) che con Petteri Orpo ha vinto le elezioni di inizio aprile si apparenterà con il rebranding sovranista dei Veri Finlandesi per formare un governo. I Socialdemocratici, dopo le dimissioni di Sanna Marin, si erano offerti per un esecutivo di unità nazionale, ma l’ex ministro delle Finanze rigorista ha preferito sterzare a destra. Lo schema ricorda quello di Stoccolma, dove l’appoggio esterno dei Democratici Svedesi, altri ex impresentabili, sta costando al moderato Ulf Kristersson cali di popolarità e soprattutto crescenti ricatti politici.

Il nuovo corso di Helsinki
Il Kok può contare su quarantotto deputati. L’Eduskunta, il Parlamento di Helsinki, ha duecento membri. Per costruire una maggioranza, servono 101 seggi. La sinistra dell’ex premier, arrivata terza, ha incrementato la sua pattuglia, a 43 onorevoli, ma non è bastato. Orpo ha scelto di premiare, nei decimali di un distacco minimo, i Veri Finlandesi di Riikka Purra (46 seggi). Il terzo partner dell’alleanza sono i centristi cristianodemocratici di Kd (con cinque rappresentanti). Chiude la lista dei negoziati, al via il 2 maggio, la sigla della minoranza svedese del Paese (Sfp, nove), che nella scorsa legislatura ha sostenuto Marin.

Il primo ministro incaricato ha detto che spera di riuscire a formare il governo entro giugno. I principali contraenti, per bocca della leader Purra, hanno confermato il loro impegno, nonostante le differenze. Che non sono pochissime. Kok e Veri Finlandesi hanno condiviso qualche anno all’opposizione; hanno battuto i Socialdemocratici in una campagna nella quale la politica domestica, e il bilancio statale, hanno pesato più di quella estera, dove Marin era una star. A parte la frugalità sui conti pubblici, o i nemici comuni, hanno visioni differenti su un tema su cui i populisti di destra hanno costruito il loro successo: l’immigrazione.

Il partito di Purra è nazionalista in patria ed euroscettico in Europa, eredita dal passato ruralista una difesa dei confini che, assieme alla retorica antisistema, è uno dei collanti di una piattaforma variegata e identitaria. I popolari del Kok sono, invece, favorevoli agli ingressi legali perché li ritengono necessari al mercato del lavoro finlandese. Sulla guerra, hanno rassicurato le parole di Orpo nella sera della vittoria: «Siamo al fianco dell’Ucraina e faremo tutto il necessario per aiutare il suo popolo, che combatte per noi. Putin vattene perché perderai».

Faccio l’accento svedese?
Quella di Orpo è una scommessa rischiosa, come ha scritto il Foglio. L’esempio ce l’ha dall’altra parte del mar Baltico, dove proprio in questi giorni l’esecutivo di Kristersson traballa a causa delle bizze dei Democratici Svedesi (Ds). Il partito ha ormai smaltito il passato neonazista: la «normalizzazione» è culminata sotto la guida dell’attuale leader Jimmie Åkesson, dal 2005 in poi, con la sostituzione del fiore alla fiamma che prima campeggiava nel simbolo. Anche se non fanno parte della coalizione al potere, la loro stampella è fondamentale in Parlamento.

Il primo scontro è avvenuto sul core business, contro il sostegno di Stoccolma ai regolamenti cruciali della nuova politica migratoria dell’Ue. «È difficile vedere come le basi della nostra collaborazione possano venire mantenute», ha detto il capogruppo dei Ds, Mattias Karlsson. Åkesson rischia di sabotare gli obiettivi climatici dell’esecutivo, contestando l’espansione del settore eolico. La distanza sull’agenda green non è un mistero e l’ha riconosciuta la stessa ministra in carica, Romina Pourmokhtari. Nonostante tutto questo, il primo ministro nega ci sia una crisi all’orizzonte: sono i media a drammatizzare, dice.

Insomma, gli accordi con i sovranisti spianano la strada per confinare all’opposizione i rivali di sinistra, ma la convivenza può rivelarsi problematica sul medio-lungo periodo. Quando i nuovi soci passano all’incasso. Un altro parallelismo istruttivo, tra Democratici Svedesi e i Veri Finlandesi, riguarda la loro famiglia politica europea. Åkesson ha suggellato il «nuovo corso» del partito smarcandolo dal gruppo Efdd di Nigel Farage per traghettarlo dentro i Conservatori e riformisti (Ecr) al Parlamento europeo. Da poco, Purra ha fatto lo stesso, svincolandosi da Id (erede dell’Efdd).

Il possibile asse tra Ppe ed Ecr
Il leghista Matteo Salvini non ha fatto in tempo a festeggiare il trionfo degli «alleati» finlandesi che questi si sono accasati tra gli euroscettici moderati, dove siedono anche gli eurodeputati di Fratelli d’Italia. Certo, neppure i dirigenti meloniani avranno celebrato troppo il “colpo di calciomercato” se, interrogata dall’inviato di Repubblica, la boss dei Veri Finlandesi ha detto, in pratica, di non sapere chi fosse la nostra presidente del Consiglio. «Sarò sincera, non conosco molto bene la politica italiana, non sono abbastanza preparata e non le so dare un giudizio preciso». Ci riprovava lui: «Ma come? Siete due donne leader della destra». Inutile: «Non mi sembrano elementi sufficienti».

La transumanza verso Ecr fotografa un trend che potrebbe ripetersi dopo le prossime elezioni Europee. Non è un mistero che il Partito popolare europeo guardi a destra o, meglio, non chiuda tale prospettiva. Anzi, il suo plenipotenziario Manfred Weber ci ha flirtato apertamente in questi mesi. Il Ppe resta la prima forza continentale, almeno in termini di europarlamentari, ma è in declino. Per arrestarlo, nel 2024 valuta di scaricare i Socialisti, azzoppati dal Qatargate, magari promuovendo alla guida della Commissione l’attuale presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.

È (ancora) fantapolitica, il cambio di rotta dovrebbe superare non trascurabili ostacoli interni. In questo momento Ecr ha sessantasei seggi, ma un sorpasso sui Verdi, attuale terza forza, potrebbe passare da un’affermazione di FdI l’anno prossimo. Per questo Giorgia Meloni è corteggiata dalla destra europea. In alcuni Paesi, come la Danimarca di Mette Frederiksen, la gestione securitaria del fenomeno migratorio, spacciato come «emergenza», sembra copia-incollata della destra xenofoba anche quando tocca alla sinistra.

Gli equilibri di Helsinki e Stoccolma, con collaborazione tra le filiali locali di Ppe ed Ecr preferita all’«unità nazionale» di altre stagioni, vanno nella stessa direzione. Dalle medesime capitali arriva, in realtà, anche qualche indizio sulla praticabilità di questa strategia, soprattutto a livello europeo. Il ritorno dei «frugali» al governo non è esattamente una buona notizia per Palazzo Chigi, specie sui ritardi sul Pnrr o la riforma del Patto di Stabilità, dove l’interlocutore più pragmatico sarebbe invece la Francia di Emmanuel Macron, da cui ci allontanano le stesse affinità elettive anti-immigrati che avvicinano il nostro centro-destra alla destra-centro nordica.

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