Contenuti ricciIl femminismo retrogrado di Lilli Gruber e lo stravolgimento della Costituzione

La giornalista chiede al fidanzato di Giorgia Meloni di fare un passo indietro sul lavoro come prima di lui hanno fatto le mogli di uomini delle istituzioni. Ma vogliamo davvero tornare ai coniugi che restano a casa a fare la calza per favorire chi della coppia è in carriera? Siamo sicuri che alle donne convenga tornare all’epoca di Betty Draper?

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Quando siamo diventate così retrograde? Vivo nel secolo nel quale vivete voi, nel mondo in cui vivete voi, possiedo come voi un telefono che si connette a internet, e come il vostro ha tutte le sue brave app social: questa domanda me la faccio tutti i giorni.

Ogni giorno mi affaccio su quell’abisso culturale che è la gente che accende la telecamera del telefono e ci parla dentro, e m’interrogo su cosa sia andato storto nell’emancipazione femminile.

Credo dipenda dall’esserci trovate, dalla mia generazione in poi, la pappa pronta. Quand’è nata mia madre le donne non avevano neppure diritto di voto. Quando sono nata io non solo potevamo votare ma pure abortire, divorziare, e si dava per scontato avessimo un lavoro.

Sui giornali di quand’avevo sedici anni io c’erano “Una donna in carriera” e Marisa Bellisario. Sui social che guardano le sedicenni di oggi ci sono adulte per le quali la cosa più importante sono i canapé del banchetto di nozze, per organizzare i quali mettono in pausa la loro vita per otto mesi, una cosa che puoi fare solo se una vita non ce l’hai, o meglio: se scambi l’avere marito e figli per un orizzonte, una vita, un’ambizione.

L’altro giorno sul telefono m’è comparsa una che piangeva e si truccava, si truccava e piangeva, e mentre piangeva e si spennellava la faccia spiegava che lei era costretta da questa zozza società a truccarsi, perché nessuno guarda i video in cui non ti trucchi, e se lei voleva che prestassimo attenzione ai contenuti che si ammazzava di lavoro per produrre doveva fornirceli mettendosi l’ombretto, un po’ come le mamme che mescolano le verdure agli altri cibi per farle mangiare ai figli.

(Ovviamente anche far mangiare le verdure ai figli è lavoro usurante, nell’internet del secolo fiacco, quello in cui sono defunte le bisnonne che lavavano i panni al fiume, ma prima o poi risorgeranno per prenderci a calci. I video di madri che raccontano la preparazione del pranzo che il puccettone deve portare a scuola come se stessero raccontando un po’ la scissione dell’atomo e un po’ l’andare in guerra verranno studiati dagli storici, che penseranno sia un gigantesco scherzo).

Insomma la tizia che si sacrificava truccandosi pur di educarci è una creatrice di contenuti, che è il nome che si sono date le analfabete che accendono la telecamera del telefono. Sono ormai, come tutti, abituata alla definizione di «contenuti» per qualunque puttanata, e non mi meraviglio facilmente; ma confesso d’aver avuto un sussulto quando sono andata a controllare le sue gesta e ho scoperto che questa creatrice di analfabetismi non ci rieducava sulle vessazioni patriarcali, non ci rieducava sul fatto che avere uno stipendio è più importante che avere delle bomboniere invidiabili, non ci rieducava in nessuno dei settori in cui mi pare le abitanti di questo secolo siano più bisognose di rieducazione.

I contenuti che creava la creatrice di analfabetismi che si disperava nel mio telefono erano: insegnarci ad amare i nostri ricci. Lo so: cosa parlo io, che mi faccio stirare da parrucchieri da trentotto anni e coi soldi spesi in messe in piega potrei essere proprietaria d’un palazzo o forse d’un intero quartiere.

Però almeno non ho mai pianto disperata mentre mi stiravano (a volte una lacrimuccia se scoppiava un temporale sulla mia costosa piega appena fatta, ecco), almeno sono consapevole che i capelli sono una puttanata che sta alle fissazioni femminili come il calcio sta a quelle maschili, almeno so che è un tema di fotogenia e non di intelletto, almeno non ho mai pensato di fare di «sapete, io sono riccia» la mia identità professionale.

L’anno scorso Camille Paglia, la cui nonna è di Ceccano, mi ha detto che gli americani avrebbero dovuto imparare dagli italiani e venire a patti col fatto che il mondo è pericoloso, invece di frignare: «Sono stata cresciuta col codice comportamentale degli emigranti dalla campagna italiana, che diceva: la vita è pericolosa. La frase che la mia nonna materna ripeteva a chiunque uscisse di casa era: fai attenzione!».

Ci ripenso spesso in queste settimane di dibattito giambruniano (chi glielo doveva dire, a Giambruno, che saremmo stati talmente smaniosi di prendercela con qualcuno da arrivare a imparare il suo cognome). Penso che, come le dissi in quella conversazione, Paglia confonda l’Italia col Novecento: siamo noialtre vegliarde che siamo consapevoli di com’è fatto il mondo, mica gli italiani, che come tutto l’occidente si sono ormai americanizzati.

Ma forse neanche essere vegliarde basta, determinate come siamo a un revisionismo autobiografico che immagini un mondo mai esistito. Mi è venuto il dubbio vedendo Lilli Gruber, sul palco d’una sagra culturale estiva, dire che è inconcepibile una società in cui si dica alle figlie d’essere prudenti, che a lei i genitori dicevano di divertirsi. Gruber ha dieci anni meno di Paglia, è del 1957. È stata ragazza nel pieno degli anni di piombo: veramente i genitori non le dicevano di stare attenta?

Nello stesso intervento, Lilli Gruber diceva che Giambruno avrebbe dovuto fare un passo indietro, come prima di lui hanno fatto le mogli di uomini delle istituzioni. Il concetto è scivoloso: gli uomini delle istituzioni sono molti più che le donne, vogliamo dire a tutte le mogli di uomini con un ruolo istituzionale che devono essere Betty Draper e non osare avere una carriera? Betty Draper viveva in un’epoca in cui le donne americane non potevano aprirsi un conto in banca senza l’autorizzazione del marito: è quello il nostro orizzonte femminista?

(Google dice che il marito di Lilli Gruber fa il giornalista. Si è messo in aspettativa quando lei era parlamentare europea? Chiedo davvero, non ne ho idea. Non credo che nel novero di «quando si rappresentano le istituzioni» in cui Gruber include la presidenza del consiglio non ci sia il parlamento, no?).

Gli esempi scelti, poi, sono bizzarri. «La moglie di Rutelli», cita Gruber senza che nessuno su quel palco la contraddica, e io giuro che non so di cosa parli. Non solo Barbara Palombelli non ha mai smesso di fare la giornalista, ma sono abbastanza vecchia da ricordarmi com’eravamo prima di diventare retrograde: se qualcuno avesse detto alla Palombelli che – giacché il marito era sindaco o ministro o vicepresidente del consiglio – lei doveva rinunciare al suo lavoro per fare la massaia o creare contenuti sui suoi capelli, non solo lei avrebbe sbranato il latore del suggerimento, ma noi tutte le avremmo dato ragione, ne avremmo difeso il diritto alla carriera, avremmo gridato al maschilismo del concetto.

D’altra parte abbiamo passato due turni elettorali americani a fingere di trovare presidenziabile Hillary Clinton solo perché ci sentivamo in colpa per averla, un secolo fa, ritenuta un pochino responsabile d’aver coperto per ambizione il dongiovannismo del marito. Pensavo avessimo imparato dall’errore di posizionamento in epoca clintoniana a non colpevolizzare più i coniugi delle azioni dei coniugi. E invece eccoci qua a chiedere conto alla moglie di cos’ha detto il marito (e a farci dare lezioni sulla libertà di stampa da Giorgia Meloni: che umiliazione).

Altro esempio gruberiano: Michelle Obama. Ha rinunciato, dice la Gruber, alla propria carriera di avvocato. Ma fare la first lady è un mestiere. Previsto dall’istituzione americana, non da quella italiana (la nostra costituzione è piena di difetti, ma è stata scritta prima dell’americanizzazione dell’occidente). Oltretutto, mi pare che Michelle Obama sia più determinata a fare la creatrice di contenuti che l’avvocato, a giudicare dal chiaraferragnismo con cui ha fatturato autobiografie e altre amenità da quand’è uscita dalla Casa Bianca.

Uno dei miei aneddoti preferiti sulla mia asinaggine scolastica è quel settembre in cui, agli esami di riparazione, la prof di storia mi disse che doveva farmi una domanda di educazione civica, e come tutti io educazione civica neanche mi ricordavo esistesse, mai avevo aperto il libro, niente sapevo.

Mi chiese su cosa fosse fondata la repubblica italiana, e io le dissi tutte, tutte, tutte. Forse persino il bel canto, la pasta al dente, la mamma. Tutte, tranne il lavoro. Ogni volta che lo racconto, concludo: avevo ragione io. Che diavolo significa, «fondata sul lavoro». In questo paese di sfaccendati, poi: sarà fondato sul lavoro il Giappone.

Non so quando siamo diventate retrograde, ma so che siamo pronte per una revisione costituzionale. Giambruno può porre le basi per un’eccezione culturale. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, a meno che tu non abbia figli o matrimoni in comune con qualche esponente delle istituzioni, nel qual caso non ci limiteremo a giudicare la tua carriera, ma decideremo tu non abbia diritto di averne una.

Certo, una volta su mille ci andrà di mezzo la carriera d’un uomo, ma cosa vuoi che sia un Giambruno da rimandare in cucina oggi, con tutte le Palombelli di cui potremo liberarci nei prossimi centodiciassette governi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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