Balzac non aveva le notifiche con cui Brocco81 potesse dirgli che père Goriot non gli somigliava per niente. Fruttero&Lucentini non credo si siano mai occupati di polemiche istituzionali innescate da fumettisti con nomi d’arte particolarmente fessi.
E invece io, che anche oggi il Nobel per la letteratura non lo vinco, sono qui a occuparmi dell’ennesima puttanata su cui si esercitano le migliori menti della pubblicistica contemporanea. A ognuno il secolo che si merita, e io ne meritavo uno in cui, risolti i problemi seri, rimanessero solo le puttanate.
Le puntate precedenti dovreste conoscerle. Una settimana fa Zerocalcare, il fumettista vivente italiano di maggior successo, annuncia che non andrà a Luccacomics, la fiera che da sola tiene praticamente su l’economia di settore. Non ci andrà per ragioni legate a Israele, e lo annuncia con un post social che nessuno (neppure io) coglie l’occasione di usare come materia di studio del secolo in cui viviamo.
A un certo punto di questo post c’è scritto: «Sono stato a Gaza diversi anni fa, conosco persone che ancora ci vivono e persone che ci sono andate per costruire progetti di solidarietà, di sport, di hip hop e di writing». Writing sta per: usare le bombolette spray per sentirsi Keith Haring e non uno che insozza i muri.
Quando leggo questo post, penso che siamo talmente abituati a non avere problemi veri che persino quando parliamo dei luoghi che ne hanno, persino quando a farlo è uno con qualche contezza in più rispetto a quelle che su Instagram sono passate in un giorno da prendere i cuoricini coi post sull’iva sugli assorbenti a quelli su Israele e Palestina, persino allora non riusciamo a non pensare al mondo come lo conosciamo: più proloco di Santa Monica che emergenza umanitaria. In effetti a Gaza, da quando c’è l’hip hop, stanno, si direbbe a Roma, una crema.
Poi però mi distraggo dal concentrarmi su quello che alla prima lettura mi era sembrato il punto più tragicomico del post di Zerocalcare; giacché, come abbondantemente prevedibile, scoppia il delirio. Delirio che culmina, l’altroieri, con un articolo di Francesco Merlo su Repubblica: il tema di cui dibatte una popolazione disposta a perdere tempo proprio in qualunque modo pur di non lavorare non è più «ragioni e torti di Zerocalcare» ma «prendere le distanze da Merlo».
Negli ultimi anni io ho cambiato idea su moltissime cose, e il posizionamento intellettuale di cui più mi pento e mi dolgo è indubbiamente la convinzione che la sinistra dovesse avere più familiarità con Carolina Invernizio e Costantino Vitagliano.
Ma al secondo posto dei miei ripensamenti c’è l’idea, che ho nutrito fino a non moltissimo tempo fa, che se tutti parlavano della cosa che avevi scritto – per scandalizzarsene e criticarla e contestarla – tu avessi vinto.
Non ha vinto Zerocalcare e non ha vinto Francesco Merlo: ha perso il pil. La gente si sveglia la mattina e vuole una scusa per stare a prendere a ditate i social in orario d’ufficio. Non ce ne frega niente delle fiere dei fumetti e di chi ha tanti amici palestinesi, della fumettista pastorella di Fatima attraverso la quale si esprime Michela Murgia e di chi ha tanti amici ebrei, delle guerre che si consumano in posti adeguatamente lontani e dell’etica pubblica degli intellettuali, del dibattito culturale e di secoli di questione mediorientale: vogliamo una scusa per perdere tempo, possibilmente col bonus «dire la cosa giusta per quella che è la moda di quel momento nel nostro giro, e posizionarci in modo che piaccia ai nostri amici».
(Nel nuovo romanzo di Zadie Smith, “L’impostore”, ambientato duecento anni fa, a un certo punto un personaggio s’interroga su una petizione dicendosi che firmarle porta comunque guai: se firmi la tal petizione perdi la metà degli amici, se non la firmi perdi l’altra metà. Leggevo e pensavo che almeno in una cosa il mondo negli ultimi duecento anni è peggiorato: adesso nessuno di noi ha metà amici che la pensino diversamente da lui su qualche questione, ci frequentiamo solo tra omologhi, e l’altra metà la insultiamo sui social in orario d’ufficio).
Certo che Israele e Palestina sono faccende d’un qualche rilievo (non sarò io a dire: troppo importanti per lasciarle ai fumettisti, agli editorialisti, ai Brocco81, e specialmente ai governi di questo secolo cialtrone), ma siamo gente che in estate si è scannata per Alain Elkann che leggeva Proust in treno con lo stesso vigore con cui ora si scanna per la questione mediorientale: il furore ideologico, ad abusarne, si deprezza.
Tutti i redattori o collaboratori o sarcazzo di Repubblica che l’altroieri hanno ritenuto di pubblicare il loro bravo penzierino social prendendo le distanze da Merlo non sono solo espressione della bislacca convinzione che esistano giornali dei quali uno condivide ogni idea, articolo, editoriale; sono anche tali e quali a un cdr che aveva ritenuto di prendere vibrantemente le distanze da, santiddio, Alain Elkann in treno.
A Gaza mancava solo di essere considerata un tema da trattare come la prima classe per Benevento. Al cdr di Repubblica, parlandone da vivo, mancava solo di svegliarsi nel 2023 accorgendosi che il giornale di Scalfari, di Citati, di Pericoli&Pirella è un giornale snob. Ohibò.
Comunque. Ieri Zerocalcare ha fatto quel che fa chi non è Brocco81: invece di scrivere «a’ stronzo, puntesclamativo» sotto ai tweet di Merlo, ha disegnato delle tavole spiegando la faccenda. Anche qui: ho idee che non condivido.
Da una parte: cosa sei a fare uno che trae un (corposo) reddito dall’esprimersi, se non metti nella tua opera quel che hai da dire al mondo, invece di arricchire Musk e Zuckerberg trafficando in cuoricini. Dall’altra: Ricky Gervais.
Anni fa Netflix distribuì un monologo di Gervais in cui una parte che percepii durare ore (probabilmente erano meno di dieci minuti) era dedicata al fatto che Vongola75 gli scriveva le cose brutte su Twitter. Sei Ricky Gervais. Sei miliardario per talento e non per eredità. Puoi comprare l’appartamento di Vongola75 e farne la tua lavanderia. Ma veramente t’interessa cosa dice?
Lo so che anch’io mi balocco spesso facendo girare sulla ruota Vongola75 e altri criceti, lo so che raccontare Vongola75 che ritiene di notificarti la sua antipatia è un modo per raccontare il mondo, però guardando Gervais avevo avuto la percezione delle classi sociali: dovrebbe esserci un punto di successo oltre il quale Vongola neppure la vedi, e quel punto dovrebbe collocarsi molto prima di Gervais, e anche molto prima di Zerocalcare (col quale quelli che gli si rivolgono sui social usano il vocativo «Zero», come uno fosse il nome e l’altro il cognome).
E invece Zerocalcare, nelle tavole pubblicate ieri su Internazionale, descrive i giorni del suo travaglio prima e dopo la decisione di quello che i sussidiari del futuro chiameranno il gran rifiuto lucchese; e – sebbene precisi che non l’ha fatto per assecondarli, anzi: «a lègge quella roba me veniva voglia de trasferirmi in un kibbutz» – riporta i suoi bravi screenshot dei Brocco81 assortiti che gli dicono la cosa che più piace dire all’umanità incapace di argomentare, cioè a quasi tutta l’umanità: ma non ti vergogni.
Ma non ti vergogni di andare a Lucca, ma non ti vergogni di dividere la locandina con Israele, ma non ti vergogni con la gente che muore, ma non ti vergogni tu col tuo impegno politico, ma non ti vergogni con tutto quello che abbiamo speso per arricchirti, ma non ti vergogni con gli assassini, ma non ti vergogni coi bambini palestinesi sulla coscienza, ma non ti.
La questione, temo, è che il successo ha sempre portato con sé pressioni faticose, e in questo secolo in cui il tizio che una volta avrebbe dovuto fare la fatica di comprare una busta e un francobollo (o di aspettarti armato sotto casa) e magari soprassedeva, in questo secolo in cui quel porocristo lì può sfogare la sua disperazione rompendoti i coglioni dal telefono che ha in tasca, e quelli che hanno vite disperatissime e possono decidere di usarti per attutire le loro frustrazioni sono milioni, in questo secolo avere successo è una gigantesca scocciatura, e non tutti hanno la sovrumana tenuta psicologica necessaria per reggerla.
Non Gervais, non Zerocalcare, non tutti anzi nessuno che mi venga in mente al momento. Io, che pure vorrei molto essere multimilionaria, ringrazio ogni giorno di non essere famosa (che è l’unico modo di diventare multimilionaria se non erediti) perché non reggerei neanche cinque secondi. E quindi tutto sommato (uva acerba) meno male che neanche oggi vinco il Nobel per la letteratura. Ma neppure il Telegatto.