Saggio breve sull’ItaliaStoria dell’educazione nazionale, dal Tuca Tuca a TikTok

L’era di Raffaella Carrà e il malanno del presente con noi che dobbiamo correre dietro a cinquecento polemiche al giorno e non abbiamo tempo di capire cosa c’è scritto in un articolo

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Sabato sera in tv c’era la Carrà, come nei sabati sera di quaranta autunni fa. Ieri avrebbe compiuto ottant’anni, e quindi Techetechetè ha assemblato dei pezzi di Carrà delle nostre infanzie (c’era moltissima Carrà degli anni Ottanta perlopiù dimenticata, e niente delle straviste Carrà e Mina).

A un certo punto c’era un’intervista di quaranta inverni fa. La Carrà parlava d’uno spettacolo che stava facendo a teatro, e faceva dei paragoni d’impatto. Aveva concluso Fantastico 3 – i vegliardi lo sanno, all’epoca il varietà autunnale finiva il giorno della befana, con l’estrazione dei biglietti della lotteria: quanto Novecento – e diceva che in tv, «se sei fortunato» come lo era stata lei, ti vedono in venticinque milioni.

Poiché sabato erano quarant’anni dall’arresto di Enzo Tortora, Luca Bizzarri mi aveva raccontato che, nel suo podcast Non hanno un amico, voleva spiegare che Sanremo adesso se va benissimo totalizza quattordici milioni di spettatori, e Portobello ne faceva dieci in più. Ho pensato: non lo capiranno.

Non lo capiranno perché chi ha vent’anni oggi è cresciuto con quell’abisso di differenza nei consumi che è l’on demand. Non gli fanno nessuna impressione i numeri dell’Auditel, perché è abituato a vedere tutto quel che decide di vedere dopo, sul telefono, senza venire conteggiato.

Non gli fanno nessuna impressione anche perché i numeri hanno smesso d’essere eloquenti: ogni carneade che compare su un palco viene introdotto da una litania di numeri di streaming su Spotify e di visualizzazioni su YouTube (se non pagano per ascoltarti, vale come quando mettevamo da parte la paghetta per comprare un album? No. Se i tuoi numeri sono dovuti al fatto che mille ossessionati ascoltano mille volte la tua canzone, vale come quando Baglioni vendeva milioni di copie di La vita è adesso? No).

Quando su un palco arriva Gianni Morandi, per dirne uno che è rimasto sul mercato anche da venerato maestro ottuagenario, nessuno sente di dover comunicare al pubblico che quello che stanno per vedere è uno importante sciorinando numeri a caso: non serve, di Morandi tutti sanno le canzoni, non è che dici «e ora Fatti mandare dalla mamma, che è molto strimmata».

Il fatto è che quell’epoca lì, quella in cui Fantastico 3 lo guardavamo tutti, è stata brevissima. La generazione prima spesso non aveva il televisore in casa e doveva andare al bar se voleva vedere qualcosa. La generazione dopo ha avuto la tv nel telefono.

C’è una generazione sola che ha avuto un modello di cultura popolare che era davvero biografia di una nazione. Tra i miei coetanei nessuno, neanche i più studiosi, ha incontrato per la prima volta l’aggettivo «nazionalpopolare» leggendo Gramsci.

Abbiamo tutti sentito quella parola perché, nell’87, il presidente della Rai Enrico Manca disse che Pippo Baudo faceva programmi nazionalpopolari, e quello rispose «vorrà dire che d’ora in poi cercherò di fare dei programmi regionali e impopolari».

Non c’era la possibilità di non saperlo, neanche se eri, com’ero io, una quattordicenne che non sapeva cosa fosse un consiglio d’amministrazione e legittimata a non conoscere il nome di chi presiedeva quello Rai: lo sapevi perché guardavi i tg, leggevi i giornali, e lo facevi perché c’erano poche cose con cui intrattenersi.

Non c’erano cinquecento polemiche al giorno né cento cose da guardare ogni sera. Non vorrei citare troppe volte il podcast di Bizzarri, ma l’altro giorno a proposito degli youtuber che hanno sventatamente ammazzato un bambino ha detto una frase tipo «non è che noi a vent’anni leggessimo Proust». Ecco, sono un po’ imbarazzata a derogare dal mio io narrante rigorosamente analfabeta, ma leggere Proust è esattamente ciò che facevo io a vent’anni.

Perché in tv c’era Baricco a farmene venir voglia, sì; ma anche – soprattutto – perché non c’era molto altro da fare. Certo: potevi (e lo facevi) andare in discoteca, sbronzarti, scopare, guardare i varietà in tv, andare al cinema, spettegolare con le amiche – non mancavano le distrazioni. Ma leggere era una di esse. Non perché eravamo più colti: perché il telefono era attaccato al muro, e serviva per telefonare.

Se avessi avuto un telefono che faceva le foto, non avrei mai letto un romanzo. Se avessero avuto telefoni con le foto e i giochini e i fatti degli altri dentro, le servette di quando i romanzi erano considerati cose da servette non avrebbero mai letto Dickens e Balzac. È un’ovvietà così ovvia che mi vergogno a rimarcarla, eppure mi pare non se ne tenga conto, nei discorsi sul degrado contemporaneo e sui giovani di oggi scemi come sono sempre stati i giovani ma anche scemi in un modo nuovo e anabolizzato.

Io non credo che le scuole di una volta ci preparassero meglio, e a dimostrarlo è la deprimente quantità di miei coetanei che, all’articolo di sabato, ha risposto «come osi paragonare», a un articolo che non fa paragoni (io non uso similitudini e aborro il concetto di «sinonimo», ve lo dico per la prossima volta in cui volete polemizzare proiettando il vostro debole per le imprecise parole: pratico con tutto il rigore che mi riesce la religione dell’unicità di ogni storia e situazione).

I miei coetanei non sanno leggere esattamente come non sanno leggere i ventenni, e tutti insieme obiettano «non mettersi la crema solare è dannoso per sé stessi, ammazzare qualcuno è un reato» a un articolo che prevedeva questa distinzione (sono intelligentissima, ma soprattutto i lettori sono assai prevedibili) e ne rimarcava esplicitamente la mancanza di senso.

Non sappiamo più leggere perché viviamo immersi nella stessa velocità imprecisa, nella stessa approssimazione vorticosa in cui dobbiamo correre dietro a cinquecento polemiche al giorno e non abbiamo tempo di capire cosa c’è scritto nell’articolo che vogliamo contestare, figuriamoci di leggere Proust.

Quando è venuto a Bologna a presentare un ciclo di suoi film, Scorsese ha detto che “Quei bravi ragazzi”, che uscì nel 1990, lo strutturò in modo convulso, «volevo che fosse un film dove ogni minuto succede qualcosa: se lo guardi adesso, sembra un film al rallentatore».

Un paio d’anni fa ho rivisto “Rocky”, che nel 1976 era il massimo esempio di filmone popolare capace di tenere l’attenzione delle masse: in questo secolo, è lento che sembra Bergman. Si sono modificati i neuroni a noi, figurarsi ai ventenni per cui i montaggi convulsi sono una formazione e non un gusto acquisito.

E quindi può essere che un domani ci sia una Carrà, una che ha abbastanza talento e tigna da studiare per fare i balletti e i dischi, invece di guadagnare la stessa cifra agitando il culo su TikTok, perché i talenti e le determinazioni eccezionali probabilmente esisteranno sempre, e saranno sempre eccezioni.

Ma non avremo mai più i codici condivisi di quando venticinque milioni di persone davvero guardavano un programma o un film o leggevano un romanzo; non erano il numero di iscritti a un profilo Instagram di cui forse si ricordavano di guardare i video ma comunque scorrendoli al cesso con sai quale soglia d’attenzione.

Quella cosa lì è irreversibile, non la risolvi vietando i social ai minori (ma poi come, che sono quasi tutti proprietà di società statunitensi, cioè di un posto in cui l’idea del documento d’identità è considerata un sopruso?). Alle ragazze un secolo fa s’insegnava a suonare il pianoforte, non per renderle colte o concertiste ma perché suonassero qualcosa distraendo la famiglia stufa di sentire solo e sempre le proprie voci. Poi arrivò la radio, e non ci fu più bisogno di mandare le bambine dal maestro di musica. Sto provando a immaginare una polemica d’epoca: chiudiamo la radio, ci rende più ignoranti.  

Né la risolvi dicendoti che era verde la tua valle quando, vuoi mettere, gli italiani andavano forte in macchina per sbruffoneria gratuita, senza uso di streaming. Di sicuro non la risolvi dicendo, come ho sentito dire a una mia coetanea famosa, che ai giovani va data la cultura.

Mamma, mi piace questo youtuber che rischia di morire o di ammazzare qualcuno come principale tratto narrativo in montaggio sincopato. Piccino, vieni con me a vedere l’Aida, ti passerà tosto questa degenerata abitudine, ti appassionerai di certo all’opera lirica. Pensavo anche a tredici atti di Il lutto si addice a Elettra, mi sembrano una valida alternativa a TikTok, certo che possiamo curare le nuove generazioni dal malanno del presente, io ho la soluzione, diamine.

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