Ossi di seppiolinaDavanti a me si è presentato quello che sarei diventato se non fossi diventato quello che sono diventato

Dodicesima puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo: «Esistono parole odiose? No, ma sì gli esseri che le usano fino a far prendere alle parole quel senso anche olfattivo di putrefazione»

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Sto lasciando dietro di me un po’ di roba scritta. Mi dilungo, taglio e poi non cucio ma riempio il taglio con una logorroica farcitura (è anche una impagliatura il romanzo, una imbottitura della pelle, della pelliccia, del piumaggio, dell’armatura, dello scartoccio, con tutta la chincaglieria rimessa a posto: rostri, zanne, lische, scaglie, pinne, spade, creste; è una imbalsamazione, una mummificazione quindi?). Mi restano fuori pezzi che erano una continuazione di parecchie righe fa tra le quali mi sono infilato quasi furtivo, di straforo, rompendo le maglie e l’intreccio, lasciando la via bianca per le fratte (forse lo scrivere è anche bracconaggio, prede distese sulla pagina marmorea, spoglie sviscerate e poi riempite con la paglia e con le piante aromatiche per conservarle in pose innaturali ma ben artefatte da farle sembrare corpi finalmente vivi?). Alcune righe diventavano rigagnoli, rivoli ai lati della strada (la strada maestra; ma esiste?) e io saltavo quei fossi divagando tra i rami intricati, inoltrandomi nel folto (la scrittura è avventura, anche sentimentale; andar per fratte non è anche amoreggiare?).

Pezzi di quelle continuazioni, strappate dagli spini, ridotte a brandelli, mi corrono appresso come fantasmi laceri (non lenzuoli ma fogli volanti indossano i miei spettri). Un romanzo inedito a frammenti corre (anch’esso in corso, quindi) accanto a questo come nei film western i banditi a cavallo accanto al treno o gli indiani accanto alla diligenza. O le loro ombre nella mia memoria (è forse un mezzo di trasporto la memoria? Su ruote? Le famose rotelle del cervello, eccole spiegate, credevo mi mancassero). O le figure imbalsamate nei film (il cinema conserva l’aspetto), cavalli, banditi, indiani, il treno con la paglia e le piante aromatiche nella caldaia, bianche fumate propiziatorie, fregi dorati, carichi preziosi, profili ai finestrini (più del romanzo il cinema ancora pratica sepolture faraoniche).

Ecco, a proposito, i pali accanto alle rotaie che corrono all’indietro se tu corri in avanti. Proprio così, correndo avanti, ho lasciato indietro il tipo accanto al palo con il fieno in bocca (si impaglia da sé?). Sta aspettando (è nella settima puntata). Devo tornare alle pagine precedenti, devo andare a risolvere chi è.

Non sopporto i doppi ma devo fare due conti. Questo romanzo in corso è un conto. L’altro conto sono io che lo scrivo (domani lo scriverò). Se fossi diventato quell’altro e non questo romanzo (io sono romanzo?), se non fossi quello che sono non mi troverei in questa situazione davvero imbarazzante per non dire terribile. Mi sono perso, mi sono già perso (c’è un errore nella frase precedente o l’ho commesso io scrivendola?), troppi sono, troppo essere, coniugato in prima persona e in terza, al singolare e al plurale, è un affollamento questo romanzo che io sono e colui che lo scrive che pure sono io e il personaggio che sono sempre io (essi sono). E mi pare che nessuno sia l’altro, questo è confortante però mi imbarazza. 

Che sia imbarazzante mi pare più terribile che se fosse terribile, così è tutt’e due, terribile e imbarazzante (un aggettivo è anche l’altro). Insomma, mi sono davanti. O meglio davanti a me si è presentato quello che sarei diventato se non fossi diventato quello che sono diventato (sono sfiorato dal frusciante sospetto demente di essere in tre). Avevo alti obiettivi a quel tempo, grandi pretese. Quale tempo? Il mio tempo (l’istantaneo tempo del romanzo). E il fatto che il tempo fosse mio, ecco, questo mi faceva pretenzioso. Sarei diventato un ottimo delinquente se solo avessi voluto (non uno che scrive, cioè una molle seppiolina pallida e caricata a inchiostro per condimenti e sul cui osso poetico si rifilano il becco i canarini). 

Le premesse c’erano tutte, e in testa alle premesse c’ero io che avevo la propensione, comprendevo gli esseri umani, questi esseri elementari che riconoscono ogni nefandezza commessa dal proprio simile, escludendo d’essere essi stessi il proprio simile. Io che ero il mio simile stavo (sto) commettendo l’atto scellerato di andarmene sulla retta via, questa qui, questa che sopra queste rette righe sto percorrendo. (Comincio a sospettare che ci sia un problema da risolvere: la sto percorrendo come colui che scrive o come colui che è scritto?).

Mi fidavo del vocabolario, un bel mattone, che le parole te le tira appresso, e ogni parola te ne tira altre, e sei tra i rami del ciliegio che ha fruttificato (è noto che la ciliegia staccata dal ramo non matura oltre, bisogna cogliere il momento; per le parole è uguale). Me ne andai lasciando l’unico mio simile, che ero io, sulla sua strada, che fino a poco prima era anche la mia, me ne andai, eccomi qui, e qui lo ritrovo (nella settima puntata), è diventato un magnifico delinquente, professionale, sfacciato, perlomeno ai miei occhi. Ecco fatto, sto facendo tutta una manfrina sull’uno che si fa in due per sviare l’attenzione dai due che sono uno solo, un solo malfattore che magari sta scrivendo una memoria difensiva o la penosa confessione (sono forme di romanzo anche queste?).

La mia prima impressione è che costui (colui?) non mi inganni, che non ne abbia alcuna necessità. È un signore della mia età ma pare più giovane, è ben vestito, la sua eleganza è naturale, direi spontanea, tutto in lui è facile, scorrevole, sciolto, persuasivo, gradevole. Ci vogliono anni, e nemmeno bastano, ci vuole fermezza assoluta per raggiungere questo stato di semplicità elementare. Quando si parla di semplicità, e addirittura la si pretende, non si sa di cosa si parla, se ne parla da irresponsabili sempre. Sempre. E non cominciamo con le distinzioni, che rendono disgustoso ogni discorso, fanno barcollare. Esistono parole odiose? No, ma sì gli esseri che le usano fino a far prendere alle parole quel senso anche olfattivo di putrefazione. I distinguo, per esempio, diventano con l’uso stomachevoli perché chi pronuncia il termine distinguo sa anche essere nauseante.

La semplicità elementare, si sa, è la manifestazione dell’elemento come ultimo esempio di sé stesso, che non può essere decomposto con nessun mezzo, nessuno, nemmeno con un significato, che è sempre (lo sappiamo) un compromesso tra chi emette e chi riceve, un accordo con il quale si stabilisce un esito conveniente a tutt’e due (un’intesa che mi pare sempre illecita chissà perché). Scrivere, leggere, ma lasciamo perdere, mezzucci, espedienti, piccoli furti, estorsioni infantili. Al massimo transazioni, accomodamenti, imitazioni forse di mercanteggi antichi, trattative in cavalli, pepe, seta, sale, tulipani, vasellame.

Ecco, tornando a noi, per fare un esempio, posso dire, come ho detto, che egli è (vorrei permettermi: sono, che egli sono) vestito benissimo, di naturale eleganza, al punto che se descrivessi i suoi abiti li sciuperei, se cercassi di definire la sua eleganza non sarei che artificioso. Ha una mano nella tasca dei pantaloni (l’ho forse impagliato in questa posa?), tra due dita dell’altra ha lo stelo d’erba che gli finisce in bocca (d’erba aromatica?). Chi dice che sia un gesto inelegante? O forse lo sarebbe se la mano fosse nella tasca della giacca? Sono già confuso. Ho me davanti (più avanti di me, mi viene da dire), bisogna capirmi. (Chi decide come ci si comporta nel romanzo, i modi, le maniere? Portare nel romanzo i precetti che regolano la vita umana mi sembra veramente un grossolano errore. Che roba ne viene fuori? Un tentativo di espiazione a mezzo stampa?). Ecco che si toglie di bocca quello stelo d’erba masticato in cima (è dalla settima puntata che ciancica).

«Ma che ti scrivi?» mi dice. Il ‘ti’ sta per ‘scrivere in generale’ (non crede certo che io scriva a me stesso; o sì addirittura, che figura), scrivere ad ampio spettro, scrivere come attività, ripetizione di un comportamento. Reiterazione di un reato, forse, nel suo gergo. È certo che per questo bel tomo il reo sono io. Mi pare quasi che nella sua mano appaia (le condizioni di luce sono sempre le stesse: quelle di tra le righe) uno di quei tubi di cartone intorno ai quali erano arrotolati i tessuti leggeri (ancora lo sono?), seta, raso, quei tubi che, seppure di cartone, però pressato e duro, a batterli sulla testa facevano male, fanno male, come no, e senza lasciare segni, ma soprattutto producevano quel rumore veramente umiliante, quell’effetto: che fosse cavo il cranio e non il tubo. Era poggiato al palo, il tubo, confuso con esso? La figura impugna questo aggeggio grottesco e punitivo? Ha tolto la mano dalla tasca, quindi?

«Ma che ti scrivi?», ripete e inclina la testa verso la spalla puntata al palo di legno, un palo d’altri tempi. Oh, come invidio la sua posa obliqua, il polpaccio destro che incrocia lo stinco sinistro, la punta della scarpa al suolo. È una molla carica, un elastico in torsione. Se sblocca la spalla dal palo potrebbe venirne fuori una piroetta.

«Ma che ti scrivi, seppiolina?»: pronunciare una battuta così dopo aver sfilato lo stelo d’erba dalla bocca è di grande effetto. Brilla il labbro inferiore. Dove vuole arrivare? Vuole soddisfazione, vuole essere protagonista? Vuole essere lei?

(12 Continua)

Questa è l’undicesima puntata di un romanzo in corso del quale non sa nulla, neanche il titolo. Qui si può leggere la undicesima. Qui si può leggere la decima.Qui la nona. Qui l’ottava. Qui la settima. Qui la sesta. Qui la quinta. Qui la quarta. Qui la terza. Qui la seconda. Qui la prima.