Nei risvoltiProvate a commettere un’intimità tornando da scuola con le cartelle in pugno

L’undicesima puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo: «Non accadeva chissà che sulle scale, quasi niente, accadevano i baci in un remoto passato narrativo»

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A proposito di faccia e stomaco (la faccia l’ho messa nell’ultima frase della puntata precedente, e anche lo stomaco), per i libri è come per i cani. Chi scrive libri finisce che somiglia ai propri libri, alla propria cucciolata, banalmente fedele alla bestialità di chi scrive (gli esseri umani appartengono al vivace regno animale) con piccole differenze nel manto e nel carattere, ma restano costanti lo stile (la posa di chi scrive quando punta la quaglia), le ricorrenze ossessive (quei grattamenti), lo scodinzolio (ora molle ora a stecca ma sempre vibrante), la leccata (indizio di ghiottoneria o di servilismo, insomma della caninità di chi scrive), gli occhi melensi (quella colata fino ai piedi di chi legge).

Non è vero il contrario: che i libri somigliano a chi li scrive. Per i libri chi li scrive è quello che per i cani è il collare, l’anello di congiunzione tra loro e la libertà perduta, la libertà di non essere, la libertà di non essere scritti. E a proposito di stomaco? I cani mangiano quasi tutto e amano mordere i libri in una maniera vendicativa ma non li mangiano, li maciullano se li lasci fare (io l’ho fatto, li ho lasciati fare, facevo esperimenti letterari di tipo venatorio), non credono che i libri siano un alimento (non lo sono, è una ingannevole diceria). Al contrario, chi legge pare che alle volte divori qualche libro, e spesso senza lasciare alcun segno, anzi aggiungendo qualche orecchia o infilando tra le pagine la lama però innocua di un segnalibro (sono simboli?).

È anche cosmetica la lettura, lo vedi da quei tratti di truccatura di matita sotto il rigo come sotto il ciglio per mettere in risalto lo sguardo sul mondo. Divorare pagine è comunque un noto modo di dire che non fa di chi legge una autentica, nobile fiera, né fa dei libri una calda preda. È ancora noto che gli animali sulla terra sono l’alimento degli animali sulla terra? Ho visto mangiare sbadatamente erbaggi e verdure che ancora ospitavano insetti parassiti, larve, uova, anche coccinelle, lumachine, vermetti, farfalline, bruchi verdi, forbicine, esseri vivi. L’ho visto davvero, lo vedo, avviene ogni giorno. Allevavo un tempo bigattini per la pesca, si sparpagliavano in giro per casa uscendo fuori dai secchi con dentro la segatura, il loro habitat (sono capaci di saltare caricando il proprio corpo come un arco e poi scoccandosi), sono bruchi caotici, li ho serviti, senza volerlo, nelle minestre, misti ai tubetti e ai sedanini, alla pasta corta; sparsi come ricci di formaggio su lasagne e robe preparate per il forno, si squagliavano proprio come il formaggio, avendo tra l’altro lo stesso sapore quasi.

Davvero ho fatto questo senza nemmeno farlo apposta? E come so che l’ho fatto se non l’ho fatto apposta? La vita in un romanzo si svolge non diversamente dalla vita nell’orto. L’ho letto in un risvolto, anzi in parecchi referti critici stampati sulla piegatura interna della copertina nell’edizione lusso o in quarta sempre di copertina nell’edizione popolare, e anche nelle prefazioni piene di competenza. Hai letto cosa? Quel riferimento allo sguardo da entomologo di chi aveva scritto il libro che però non trattava in insetti ma in persone. Ah, poter scrivere un romanzo ben riuscito come un risvolto ben congegnato (il congegno: nota convenzione letteraria), ce ne sono di buoni (è anche noto che i risvolti sono più riusciti dei libri, più densi, succulenti, e più veloci, come i trailer lo sono dei film, non lo dico io, è opinione comune, si sente dire spesso, è una voce che gira), scritti con magnifico cinismo e spietatezza.

La letteratura si nasconde nei risvolti, il cinema in un rapido prossimamente. Del resto anche nell’arte pittorica le annunciazioni sono notoriamente migliori del presepe dipinto con pastori, cammelli e stelline. Oddio, il narrare, subdolo, perfido, lancinante, eccolo qua, mi colpisce alle spalle, m’ero distratto un attimo con gli aspetti esteriori e tipografici, ecco, mi punge. Devo nascondermi nella terza persona (il narrare è forse un nascondimento, una dissimulazione macchinosa? Senti, non è aria, lascia perdere le domande, adesso, fa’ il favore). Frequentavano le medie, lei la terza, lui la seconda. Abitando nello stesso palazzo, capitava che andassero a scuola insieme e che insieme tornassero. Facevano anzi in modo che accadesse. Chi era in anticipo si attardava, fingeva distrazioni in cortile, faceva giri a vuoto, non prendeva la via, scartava di lato. Pareva la partenza laboriosa di un palio, infatti o lei o lui, a seconda, usciva di rincorsa dal portone, si affiancava, e i due partivano in pariglia. Lo stesso al ritorno, chi usciva prima aspettava.

Com’era difficile l’intimità. Nessuno si interessava a loro, va bene, ma prova, provate a commettere un’intimità, una stretta alla vita, un bacio sul collo, cioè quasi niente, tornando da scuola con le cartelle in pugno. Avrete gli occhi addosso. Li sentirete proprio ruotare, gli occhi, quel cigolante stridore di latta, nella vostra direzione. Non ci provarono mai, avevano la consapevolezza, la rivolta forse, nel sangue e non sull’aspetto esteriore. Però si scambiavano perle di malizia a sussurri, quei pensa se io e pensa se tu e pensa se noi e pensa se poi… ma pareva parlassero di scemenze perfino infantili. Prima di rientrare in due case diverse non avevano che tre rampe di scale, e due erano utili, cieche, i parapetti compatti in muratura, due muraglie, quasi un bunker a salire, e poco tempo, pochissimo, erano stati visti, come sempre, arrivare, erano attesi con implacabile esattezza abitudinaria. Quella volta, la volta del suo, suo di lei, maglione color panna, molto morbido, gonfio come una nuvola nella quale le mani affondavano, quella volta per tutte, alla testa di tutte, mi assale, e le altre a seguire, pungenti. Fanno di me quello che vogliono. Vorrei, dovrei sforacchiare la pagina. Non accadeva chissà che sulle scale, quasi niente, accadevano i baci in un remoto passato narrativo.

(11 continua)

Questa è l’undicesima puntata di un romanzo in corso del quale non sa nulla, neanche il titolo.Qui si può leggere la decima.Qui la nona. Qui l’ottava. Qui la settima. Qui la sesta. Qui la quinta. Qui la quarta. Qui la terza. Qui la seconda. Qui la prima.