Fine pena maiLa Russia ha difficoltà a reclutare nuovi soldati, anche tra i detenuti

Il Cremlino non concede più la grazia ai carcerati che accettano di andare al fronte: per raggiungere la libertà dovranno restare al fronte senza un limite di tempo predefinito. E stanno nascendo movimenti di protesta discreti ma costanti contro la mobilitazione, a partire dalle donne russe

AP/Lapresse

Per un anno e mezzo la Russia ha reclutato soldati tra i normali detenuti per mandarli sul fronte ucraino, senza escludere neanche i condannati per i crimini peggiori. Il patto con Mosca prevedeva la grazia presidenziale in cambio di un contratto di sei mesi con i gruppi paramilitari o con l’esercito, alla fine dei quali si veniva premiati con la libertà, senza obblighi ulteriori. Le cose sono cambiate. Secondo un’inchiesta del servizio russo della Bbc questa pratica è un ricordo del passato: le carceri sono ancora un luogo di reclutamento, ma nei nuovi contratti non è prevista la grazia presidenziale. I detenuti ricevono solo un rilascio condizionale che gli permette di firmare un contratto temporaneo che si rinnova automaticamente, con la prospettiva di raggiungere la libertà solo quando il Cremlino annuncerà la fine della sua invasione, senza un limite di tempo predefinito.

Il reclutamento di massa dei detenuti russi risale all’estate del 2022, una procedura controversa anche per gli standard del regime di Vladimir Putin, inizialmente gestita in esclusiva dal gruppo Wagner di Evgeny Prigozhin (morto ad agosto dell’anno scorso in un presunto incidente aereo). Successivamente anche il Ministero della Difesa ha iniziato a reclutare detenuti, con le stesse condizioni della Wagner: grazia presidenziale, sei mesi al fronte da soldato di prima linea, congedo definitivo. Come affermato da Prigozhin, sono almeno cinquantamila i detenuti russi inviati al fronte con questo sistema, cifre simili a quelle stimate dai difensori dei diritti umani e dai giornalisti che hanno indagato sui dati del Servizio penitenziario russo. Non è chiaro quanti di loro siano caduti, si parla di diverse migliaia, forse decine di migliaia.

A fare notizia però sono stati sopravvissuti, tra cui diverse dozzine di criminali condannati a lunghe pene per crimini efferati che sono poi tornati a casa, ovvero sul luogo del delitto, con buona pace dei familiari delle vittime. Uno dei primi casi a emergere è stato quello di Vladislav Kanius, un uomo della regione siberiana di Kemerovo che stava scontando una pena di diciassette anni per l’omicidio del 2020 della sua fidanzata ventitreenne.

L’estate scorsa i genitori della ragazza si sono resi conto che l’assassino della figlia era tornato in libertà, e quando hanno chiesto chiarimenti alle autorità hanno ricevuto come risposta la pubblicazione del documento con la grazia presidenziale, la prima prova ufficiale che i detenuti arruolati per andare in guerra ricevevano la grazia e la libertà. La stampa locale, che su queste fatti di cronaca può muoversi con maggiore libertà, ha dato notizia di tante storie di questo tipo, compresa quelle di chi veniva arrestato commettendo nuovi crimini o dei casi più ripugnanti.

Demyan Kevorkyan, trentunenne reclutato dalla Wagner mentre scontava una pena detentiva di diciotto anni per banditismo, traffici di armi, rapina e furto, è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso due persone occultandone i cadaveri nella regione di Krasnodar. Alexei Khlebnikov, anche lui graziato e tornato a casa dopo il servizio prestato con la Wagner, è ricercato dopo aver stuprato una tredicenne nella regione di Volgorod.

Tutto ciò ha suscitato indignazione nell’opinione pubblica russa, e con il tempo anche delle proteste. Questi ex detenuti infatti hanno goduto di una condizione privilegiata rispetto ai soldati regolari, ai riservisti mobilitati, e anche ai volontari, che non hanno la possibilità di concludere la guerra e tornare a casa dopo sei mesi di servizio. Si parla molto della stanchezza della guerra degli occidentali (che non hanno niente di cui lamentarsi), e tanto del dilemma di Kyjiv sulla necessità o meno di una mobilitazione militare su vasta scala a causa della carenza di uomini.

Anche la Russia però è in difficoltà nel reclutare nuovi soldati, nonostante i suoi centoquarantasette milioni di abitanti, ed è per questi motivi che i criteri di reclutamento dei detenuti sono cambiati: per avere nuovi soldati da tenere al fronte senza limiti di tempo, e per eliminare quella che ormai era un’evidente disparità che rendeva più sconvenienti le proposte di arruolamento o mobilitazione. Nel frattempo stanno nascendo movimenti di protesta, discreti ma costanti, delle donne russe che vogliono che i loro uomini mobilitati per ordine presidenziale tornino a casa dopo oltre un anno di guerra.

Queste donne stanno cercando di organizzare raduni in diverse città, muovendosi sul filo sottile della legge del regime russo – che non permette di criticare apertamente la guerra, e tantomeno Vladimir Putin. La loro richiesta è di riportare a casa i loro mariti, contestando il fatto che la legge sulla mobilitazione non specifica la durata del servizio. Le autorità russe prendono tempo, preferiscono evitare di usare la violenza e l’intimidazione per mettere a tacere le mogli dei soldati, specialmente a pochi mesi dalla rielezione di Putin. Ma non potendo soddisfare le loro richieste sembra che siano cercando di tenerle a bada con sussidi e altri benefit.

«Non sarebbe possibile immaginare le mogli dei soldati della Seconda Guerra Mondiale chiedere a Joseph Stalin di rimandare a casa i loro mariti dopo un anno di guerra», ha commentato il presidente del comitato della Duma per la difesa, sottolineando che chi fa richieste di questo tipo oggi, sta dalla parte dei nemici della Russia. Dopo aver superato lo scoglio della campagna propagandistica per la rielezione farsa di Putin, anche le mogli e le fidanzate dei soldati russi avranno qualcosa in più da temere.

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