Scacchiera biancaL’arte provocatoria di Yoko Ono, tra opere incompiute e partecipate

“Music of the mind”, alla Tate Modern di Londra fino al 1 settembre, mette una lente d’ingrandimento su un percorso artistico sottovalutato e trasversale, spesso fondato sull’uso del corpo

Yoko Ono: la donna che ha causato la rottura dei Beatles o una grande artista femminista? Era questo il titolo dell’Independent in occasione della grande retrospettiva Music of the mind che la Tate Modern di Londra, forse tardivamente, ha messo in campo e che fa luce sui meriti e le qualità di un percorso artistico ancora troppo poco conosciuto. Una mostra che illumina l’arte provocatoria di Yoko Ono, tutta giocata con il proprio corpo, in un’epoca sì di grandi cambiamenti nell’arte e nel sociale, ma che lasciava ben pochi spazi al protagonismo artistico femminile. 

Alla domanda iniziale che si poneva il quotidiano londinese risponde con un mezzo sorriso Barry Miles, scrittore, amico di Paul McCartney e figura di spicco nella cultura anni sessanta londinese: «È stata ambedue le cose, l’una non esclude l’altra». Visitare la mostra, aperta fino al 1 settembre, insieme a Miles è utile per vari motivi: è stato nella sua galleria Indica, dal 7 al 18 novembre del 1966, che si è tenuta la prima personale di Yoko Ono a Londra, e fu in quegli angusti spazi – contraddistinti anche da un piccola libreria con titoli rari dell’underground statunitense e londinese – che l’artista giapponese espose alcuni dei pezzi diventati famosi, anche per l’effetto che ebbero su quel visitatore che ne fece in seguito le lodi, mentre cambiava per sempre la natura della band di cui era colonna indiscussa insieme a Paul. 

Miles racconta che John Lennon piombò il giorno prima dell’apertura nella galleria di Mason’s Yard mentre Yoko allestiva le ultime sue opere: guardò la mela appoggiata su un rudimentale pilastro e le dette un morso. Yoko intervenne, non era quella l’intenzione dell’opera, ma chi l’avesse comprata per duecento sterline avrebbe potuto «sperimentare l’eccitazione di guardarne la lenta decomposizione». Poi John salì sulla scala di legno posizionata in mezzo alla stanza e con la lente d’ingrandimento posta sull’ultimo piolo cercò su indicazione di Yoko la minuscola parolina disegnata sul soffitto, aspettandosi un ostile fuck e trovando invece un solare yes

Colpo di fulmine. Per la prima volta Yoko usava oggetti ready-made per completare le sue opere e Indica, prototipo avanzato di libreria/galleria al centro della Londra swinging, fu lo spazio perfetto per introdurla nel mondo londinese che tra arte, musica e moda stava movimentando la creatività british, per debordare in Europa e Oltreoceano. Un altro pezzo presente in quella personale, dal titolo Unfinished Paintings&Objects, è la scacchiera tutta bianca che non fa distinzioni tra i due giocatori: fu particolarmente apprezzato dalla coppia Roman Polanski/Sharon Tate in città dopo le riprese del film “Per favore non mordermi sul collo”, e assidui frequentatori dello Scotch of St. James’s, il club notturno che si trovava proprio di fronte a Indica, incrocio fatale delle varie anime swinging. 

«Ci giocarono per ore, tenemmo aperta la galleria fino a tardi per loro, sperando comprassero l’opera», ricorda Miles. L’avventura londinese di Yoko era iniziata con la partecipazione agli happening “Destruction in Art Symposium” nel settembre dello stesso anno, chiamata dall’artista e attivista Gustav Metzger, l’unica donna a partecipare con uno dei suoi lavori più discussi, “Cut Piece”, in cui invitava i presenti a tagliare pezzo dopo pezzo i suoi vestiti fino alla completa nudità. Il video presente nella retrospettiva la vedono seduta immobile e impassibile mentre si susseguono i tagli delle forbici. Si potrebbe pensare che solo una performer come Marina Abramović fosse in grado di esporsi fino a tanto, ma la performance in cui l’artista serba si lasciava tagliuzzare i vestiti e poi la propria pelle è del 1974, otto anni dopo. 

Nell’agosto del 1967, mentre la storia con John si fa sempre più importante, Yoko allarga il suo raggio d’azione fino a Trafalgar Square, dove va a coprire con drappi bianchi uno dei giganteschi leoni a guardia della piazza. Christo con la sua land art iniziava proprio in questi anni i suoi famosi imballaggi di monumenti. Ma la singolarità di Yoko era di lavorare su più fronti, in modo trasversale, con performance e concerti di musica sperimentale. Pochi mesi dopo, infatti, viaggia fino a Liverpool, dove inaugura la serie Music of the mind, titolo oggi riproposto dalla Tate Modern. Se presi ancora dal dilemma iniziale, colpevole per la rottura catastrofica della più grande band al mondo, o notevole artista femminista, basterebbe guardarsi intorno in questa bella retrospettiva che ne traccia il percorso fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso. 

Nel 1956, a 23 anni, Yoko si trasferisce a New York e nel 1960 affitta un loft a Lower Manhattan, dove invita artisti di varie discipline tra cui Jonas Mekas, Yvonne Rainer, La Monte Young, John Cage, una specie di anteprima della factory di Warhol, ma con una direzione artistica che non contemplava alcuna fascinazione per il pop. Nel ’61 arriva la prima personale nella AG Gallery di George Maciunas, in seguito fondatore di Fluxus, un movimento internazionale di artisti e compositori, in cui Yoko, all’inizio unica donna, prende parte attiva. 

Prima di arrivare a Londra, Yoko ritorna in Giappone per due anni, dal ’62 al ’64, per promuovere un tour di concerti dei due amici compositori David Tudor e John Cage, di cui esegue personalmente dei brani, ed è proprio a Kyoto, culla della tradizione giapponese, che debutta con Cut Piece, la sua performance più dirompente, durante una tre giorni che includeva una notte in un tempio buddista, dove con il suo Touch Piece, dava ai partecipanti la semplice istruzione: “tocca”, da interpretare come volevano. Le sue sono opere incomplete, partecipate dai presenti, cui Yoko fornisce le istruzioni per portarle a compimento. 

AP Photo/Robert Dear

Si tratta di un paio di centinaia di istruzioni, poi raccolte nel suo libro “Grapefruit”, auto pubblicato nel ’64 e diviso in cinque sezioni: Musica, Pittura, Eventi, Poesia, Oggetti. Una sintesi della sua arte, la cifra che la distingue, e che si ripete nella sua lunga storia con John: disporre una serie di istruzioni, controllarle, fino al sospetto della manipolazione. Miles ricorda una battuta di John a proposito: «Yoko vede gli uomini solo come aiutanti per eseguire un suo qualche disegno». Si rimane abbastanza sbalorditi dall’intensità e quantità di iniziative, eventi e reti di relazioni, tra il suo Giappone e la New York elettrificata dalle avanguardie, che questa donna è riuscita a realizzare prima che la storia con John prendesse il sopravvento su tutto. 

Londra l’attirò come un magnete, ed è qui che si è interrotto un percorso, per iniziarne uno completamente nuovo. Lo si vede molto bene nella mostra della Tate questo passaggio cruciale e fondamentale. Il modo in cui Yoko forgia la sua futura arte con John, i celebri pezzi pacifisti, i bed-in, il mega poster War is Over, i concerti della Plastic Ono band, parlano di un decennio, gli anni Settanta, caotico e instabile, in una New York dove la coppia si rifugia inseguita da uno sciame mediatico feroce, che non perdona Yoko per la rottura del secolo, come ne fosse l’unica responsabile. 

La retrospettiva arriva fino al duemila, con gli ultimi lavori che ne completano la figura, e alla fine ci si interroga sulla singolarità di una donna che vive da adolescente la Tokyo devastata dai bombardamenti, approda al college newyorkese Sarah Lawrence per studiare la musica di Schoenberg e si fa strada con ironia e disincanto nell’ambiente macho delle avanguardie newyorkesi. Attirata e poi respinta da una Londra incandescente dove la parabola dei Beatles si ferma ad Abbey Road e si conclude sulla terrazza di un ultimo concerto. Poi, però, ecco arrivare “Imagine”. Se non è talento questo… 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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