Passioni proibite I nostri amori impossibili

«Zero zucchero, mille rimpianti», «Lontano da me quell’albume crudo!», «Qualcuno ha mangiato aglio, vero?». Le sentite? Sono le voci della redazione di Gastronomika, che nel giorno degli innamorati vi raccontano le loro pene d’amore – ovviamente legate al cibo, ça va sans dire

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Le vere donne bevono whisky sour, e lo ordinano rigorosamente con l’albume. Il fatto che io non sopporti né il whisky (Elisa, questo articolo può aiutarti a superare il “muro”! NdR) né l’odore della schiuma bianca che si addensa all’orlo del bicchiere, non so che cosa dica esattamente di me. All’uovo non sono intollerante. Ho un’anima accogliente, tollero tutto, allergie non pervenute (a oggi). Amici e colleghi scherzano e dicono che ho uno stomaco tritasassi, e per me è un complimento. Ma dove regge lo stomaco, l’olfatto cede: per la miseria, portatemi via quel freschino (si dice così, al Nord, parola della Crusca) da sotto il naso! Servitemi frittate unte, crespelle filanti, occhi di bue languidi, creme inglesi e pasticcere, voglio tutto. Però quella cosa lì, che pizzica prepotente, non la posso sopportare. Ti odio, ti albumo, ti… (di Elisa Teneggi)

La mia città preferita è Burgos, in Castiglia. Bellissima, mi fa sentire felice. E a Burgos si deve mangiare la olla podrida, un trionfo di carni bollite, legumi e polpette. O meglio, devono farlo gli altri, tutti quelli che si trovano a Burgos quando ci sono io: la devono mangiare guardando la cattedrale, all’aperto, nell’aria freschina della sera, mentre io mangio carne alla griglia e patatine fritte. Perché nelle polpette, nelle salse, dappertutto c’è l’aglio. E io all’aglio sono allergica, proprio allergica, non intollerante, il che significa che sviluppo una reazione anomala del sistema immunitario: l’allergia può portare a shock anafilattico. In parole povere, se mangio aglio, rischio di morire. Questo mi porta a escludere automaticamente due terzi dei piatti da qualsiasi menu, una cosa che in viaggio diventa una tortura. Ho guardato i miei genitori, mio fratello, mio marito, le mie figlie, i miei migliori amici gustare ribollite toscane e pesti genovesi, bourride provenzali e bacalhau portoghesi, facendomi raccontare le specialità di mille posti mentre io esploravo tutte le declinazioni possibili di bistecca e patatine. Perché va bene aver imparato a dire aglio in tutte le lingue, ma quando si viaggia la prudenza non è mai troppa. Ma alla fine l’amore trionfa: al ritorno da ogni viaggio i piatti me li preparo io in casa mia, riscrivendo le ricette rigorosamente senza aglio. (di Daniela Guaiti)

Avete presente quel tipo di persona che non fa per voi? Quello che la mamma, la migliore amica, gli interi segni del destino vi dicono che, no, semaforo rosso, dovete starne alla larga? Ma voi, con la testardaggine di un mulo e l’incoscienza di un bambino di cinque anni, non mollate la presa, perché è l’amore della vostra vita, nonostante i dolori, i mal di pancia, lo stare male? Ecco, io lo capisco: capisco il lato amoroso (chi di noi non ci è passato?!) e ne comprendo anche il corrispettivo gastronomico. Perché per me questa è la relazione, infinita ma, quasi, impossibile con i latticini. E ne sono consapevole da ben prima del verdetto di quelle analisi, quando il medico mi mandò a casa quasi subito dopo avermi fatto ingerire una soluzione di lattosio: sono intollerante, lo sapevo già. D’altronde noi donne ce ne accorgiamo subito quando ci sono i sintomi di qualcosa da cui dovremmo stare alla larga. Eppure, come tutti gli innamorati, non ci riesco. Vado dritta senza pensare alle conseguenze. Un cappuccino cremoso, la mozzarella succosa, una stracciatella da gustare senza sensi di colpa: e chi resiste? Certo che poi, alla fine, proprio come gli innamorati folli, non bisognerebbe pensare troppo a quello che dicono gli altri e fidarsi del proprio istinto. Come, ad esempio, nei formaggi. In questo caso, lo dice la scienza e dobbiamo crederci: esistono tantissimi formaggi senza lattosio. Lasciatevi andare senza paura. (di Giulia Salis)

Quando sono a cena fuori, in compagnia, posso sempre contare sulla mia innata capacità di persuasione – strategiche occhiate languide, un pizzico di manipolazione emotiva – per convincere la mia dolce metà a condividere il dessert. Così posso godere del fine pasto limitando al contempo calorie e sensi di colpa. Ma è pur sempre uno stravizio che nella quotidianità casalinga preferisco evitare. E ci riesco, con ammirevole stoicismo, solo grazie a loro: i dolcificanti. Sorbitolo, xilitolo, eritritolo e ancora aspartame, sucralosio, stevia. Tutte alternative appaganti e apparentemente innocue allo zucchero che desidero dopo pranzo, e dopo cena, e magari anche a colazione. Una relazione tossica la mia, nata dalla promessa di una dolcezza senza sacrifici e senza conseguenze. «Zero zucchero, zero sensi di colpa!», mi ripetevo, lasciandomi sedurre dalle barrette dietetiche, dall’avena aromatizzata e dai budini proteici. Tutti surrogati dal gusto chiaramente artificiale ma più che tollerabile per una giusta causa. Il mio cuore batteva felice, ma il mio intestino… era di tutt’altro parere. Prima un leggero fastidio, poi un gonfiore sospetto, e infine la trasformazione: un palloncino aerostatico al posto dello stomaco. Eppure, continuo a cascarci. Come in ogni relazione tossica, dimentico il dolore e torno da loro, convinta che questa volta sarà diverso. Forse il mio intestino si sarà abituato, o magari era colpa di una sfortunata combinazione di legumi, edulcoranti e cavolini di Bruxelles. E invece no. Puntuale come un ex che ricompare dopo mesi di silenzio, il gonfiore torna, con tutta la sua ingombrante presenza. Forse è ora di accettare la verità: alcuni amori vanno lasciati andare. Dopotutto, San Valentino dovrebbe celebrare l’amore vero, senza bugie e senza sotterfugi. Forse è il momento di smettere di credere alle favole dei dolcificanti e fare pace con il caro, vecchio zucchero. Con moderazione ma senza rimpianti. (di Thea Papa)

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