Fuori dal desertoPerché Dune di Villeneuve è un capolavoro (soprattutto per i fan)

La storia è difficile da rendere sullo schermo e gli appassionati della saga di Frank Herbert sono molto esigenti. Il regista canadese però è riuscito a sorprenderli, grazie alla sensibilità con cui ha studiato, per molti anni, la materia

fotogramma del film

Per adesso la maledizione sembra essere scongiurata. “Dune” ha portato sfortuna a David Lynch, così deluso del suo adattamento del 1984 da disconoscerlo, e ad Alejandro Jodorowsky, che tanto sognava una versione con Orson Welles, Mick Jagger e Salvador Dalì, che – come è ovvio – rimase sulla carta. Il regista quebecchese Denis Villeneuve invece ci è riuscito. Ha realizzato un film (o meglio la prima metà di un film in due parti) entusiasmante, appagando gli esigenti fan della saga di Frank Herbert e rimanendo fedele ai principi della sua poetica. Per adesso, a differenza dei predecessori, è soddisfatto.

“Dune” rappresenta una grande sfida per ogni regista. L’arco del racconto è epico e supera i millenni. Non è soltanto la storia di Paul Atreides, ultimo erede di una casata sconfitta nello scontro con gli Harkonnen, che si unisce al popolo di Arrakis, ne diventa il capo e li guida alla conquista del trono imperiale. È l’incrocio di trame e sottotrame con la tessitura di allegorie ecologiste, anti-coloniali e anti-imperialiste, dove la fantascienza diventa quasi un pretesto.

Villeneuve, in questa bellissima intervista pubblicata dal New York Times Magazine, ricorda come il suo film sia, prima di tutto, un tentativo di restare fedele al libro. Lo aveva letto da ragazzo, quando era innamorato dei racconti di fantascienza (ne scriveva anche, ma erano «terribili», assicura) e fin da quel momento aveva sognato di farne una versione cinematografica. Da giovane era schivo, riservato, poco sportivo. Amava chiudersi a leggere libri o, con un suo compagno di scuola, passare ore a guardare film di maestri del cinema, prima americani e poi europei. Erano appassionati, erano critici, erano convinti di sapere tutto. Il momento dell’umiltà, ricorda, «è stato quando ho preso in mano la macchina da presa per la prima volta».

La sua fedeltà – al libro e anche a se stesso – è forse la chiave di tutto. C’è il deserto, prima di tutto, elemento ricorrente della sua filmografia. Lo si trova in “Un 32 Août Sur Terre”, del 1998, quando l’ambientazione erano le pianure di sale dell’Utah. Ma anche in “Sicario”, con il deserto del Chihuahua e nelle sabbie di Las Vegas in “Blade Runner 2049”. Lui lo confessa: nel deserto si sente a casa perché la solitudine e lo spazio sterminato lo portano a guardarsi dentro. «Più vai nel deserto, più entri dentro di te». Lo stesso vale anche per Paul Atreides: arrivare sul pianeta di Arrakis è, anche se strano, per lui familiare. I luoghi di un pianeta nuovo non lo spaventano, anzi lo mettono a suo agio.

Lavorare nel deserto si è rivelato fondamentale, aggiunge. Ha scelto di persona le località – prima su Google Earth, poi da un elicottero – per le forme che avevano e per la sfida che rappresentavano. Si è trattato di una scelta controcorrente vista la straordinaria evoluzione della tecnologia del chroma-key (“The Mandalorian”, per esempio, è stato girato tutto in studio) ma del tutto coerente con l’idea di cinema di Villeneuve. Fare un film, spiega, è il risultato di un’operazione complessa.

Dentro c’è il rapporto tra la mente e il paesaggio, e tra una mente e le altre, tutte focalizzate nello stesso obiettivo. Per questo girare in studio, che pure gli dà controllo totale sugli elementi, non lo appaga. E per questo fatica a lavorare a distanza, come era avvenuto durante il lockdown. «Non è la stessa cosa», spiega. «È come suonare insieme». Soprattutto durante l’editing, «bisogna sentire gli altri, cogliere le reazioni. In quei momenti vengono tantissime idee, a me e al montatore, tanto che non sai alla fine se siano mie o sue». Ed è la parte del cinema che gli piace di più.

Spesso perché un film sia buono occorre che, più di tutto, racconti qualcosa di sé. Tra le somiglianze che legano Villeneuve al personaggio di Paul Atreides, c’è anche il legame con il mondo femminile. Il regista, parlando della sua infanzia, ricorda come il suo amore per la fantascienza fosse dovuto al regalo di una zia (due scatole piene di libri in francese), e aggiunge che parte della sua personalità sia stata segnata dalle due nonne, dalle quali ha ricevuto l’amore per la natura insieme, scherza «ad alcune nevrosi». Nel film questa influenza che risale per le generazioni si coglie nella figura di Lady Jessica, la madre di Paul Atreides.

È una personalità complessa perché ha più agende: quella del gruppo cui appartiene, le Bene Gesserit, che hanno piani millenari per il controllo dell’universo (e avere disseminato Arrakis nei secoli precedenti di credenze messianiche era una parte), quella di partner del duca Atreides e quella di madre, che aspira a generare il nuovo salvatore dell’universo ma, al tempo stesso, a volerlo proteggere dai pericoli (tutto questo è stato affidato a Rebecca Ferguson).

Il risultato è che sia Paul che Denis Villeneuve sono il prodotto del lavoro delle nonne e delle bisnonne. Entrambi realizzano i loro piani e, in un certo senso, ne sono la continuazione nella realtà: «Io ho dentro di me il loro essere. Sento le loro paure. Sento il peso della loro esistenza».

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