Succession, scansatiI panni sporchi di Kendall Caprotti e la mia rinuncia all’eredità

Il figlio del fondatore di Esselunga ha raccontato più o meno ogni due pagine del suo memoir quanto il padre fosse miserabile, invidioso, stronzo, meschino, anaffettivo. Bisogna presentarlo a Jesse Armstrong

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Non molto tempo fa, una conoscente m’ha detto che le avevano detto una cosa di me. Ero, mi ha detto, così etica che, quando era morto mio padre col quale non ero – eufemismo – in buoni rapporti, avevo rinunciato all’eredità. Me l’ha detto, povera, molto convinta e un po’ ammirata.

A volte ci vuole meno d’un minuto per perdere la stima degli interlocutori, ma c’è da chiedersi se valga qualcosa la stima di interlocutori che ti hanno capita così poco. Ma come ti viene in mente, le ho detto. Ma chi te le racconta queste cazzate, le ho detto. Ma secondo te, le ho detto.

Ti pare che io, che penso solo ai soldi, se in quell’eredità ci fossero stati altro che debiti ci avrei rinunciato? Ti pare che io, che penso solo ai soldi, non avrei perdonato a mio padre ogni sua pecca se avessi avuto dei beni da ereditare? Ti pare che io, che penso solo ai soldi, spenda seicento euro di notaio per una questione morale e non pratica?

Ho ripensato a quella mia conoscente per tutta la parte finale della lettura di “Le ossa dei Caprotti – Una storia italiana”, la parte che tutti conosciamo, quella dei settantacinque milioni (euro, no lire, se come me ancora dovete convertire la valuta nel cervello) alla segretaria, quella dei tre testamenti, quella della disputa tra i figli di primo letto e la seconda moglie.

Prima di allora, leggendo, pensavo: Jesse Armstrong, dove sei. Jesse Armstrong, vieni qui, ho trovato la soluzione alla tua scellerata decisione di terminare “Succession”. Jesse Armstrong, lo so che non avevi mai pensato di far diventare la tua storia di miliardario fattosi da sé con figli imbecilli un “The Affair”, quello sceneggiato in cui la storia veniva raccontata da più punti di vista.

Ma, Jesse, non ci avevi pensato solo perché io non ti avevo ancora presentato Giuseppe Caprotti, il cui memoir sostituto della psicanalisi mi ha fatto pensare tutto il tempo: oddio, e se la storia che abbiamo visto in tv fosse sbilanciata in favore di Logan Roy? Se raccontata dal punto di vista di Kendall (o, molto meglio, di Roman) fosse completamente diversa?

Se prendessimo tutti quei dettagli filiali recriminatori, Roman che il fratello una volta l’ha chiuso in una gabbia, Kendall che non sa se il suo nome nel testamento è sottolineato o cancellato, e li facessimo diventare la volta che non ho potuto portare la sorellastra a vedere “La carica dei 101”, o quando papà mi ha sgridato per certe tovaglie ma avevo ragione io.

Solo, Jesse, scansati un attimo, perché prima di presentarti il Kendall Roy di Lombardia, devo presentare lui allo scrittore più scarso che abbia mai conosciuto, e di cui generosamente non farò il nome. Colui che, undici anni fa, lesse il manoscritto di “I mariti delle altre” e mi disse: eh ma però non puoi sputtanare così la tua famiglia.

L’innominato scrittore scarso ha un padre che se io avessi avuto un padre così malvivente a quest’ora farei invidia a Balzac, ma è afflitto dalla patologia di tutti gli scrittori scarsi: la determinazione a fare bella figura. Nessun libro interessante è mai stato scritto cercando di uscirne bene, in proprio o per sangue riflesso.

Giuseppe Caprotti questa lezione deve avercela chiara, perché più o meno ogni due pagine ci ribadisce quanto il padre fosse miserabile, invidioso, stronzo, meschino, sleale, vanitoso, mitomane, vile, privo di buon gusto, anaffettivo. Non tutti gli aggettivi sono esplicitati dall’autore; alcuni sono dedotti da me da comportamenti quali mandare la madre a minacciare l’uomo con cui lo tradisce la moglie, o regalare un certo set di valigie.

“Le ossa dei Caprotti” è una specie di rivalsa di tutti noialtri con famiglie impresentabili ai quali qualcuno, mentre elencavamo delitti e manchevolezze dei nostri consaguinei, opponeva frasi imbecilli quali «Eh, ma è sempre il tuo papà».

Sotto un annuncio di presentazione del libro su Facebook, il primo commento che mi appare dice: «Sinceramente mi chiedo, come mai le è venuto in mente di raccontare tutti i fatti vostri di famiglia!». Puoi mettere tutte le ragioni del tuo rancore in quattrocento pagine di prosa, ma non potrai mai togliere i punti esclamativi alle lettrici sinceramente convinte che i panni sporchi si lavino a pagamento (da uno psicanalista), mica facendoci un libro e incassandone diritti d’autore.

“Le ossa dei Caprotti” mescola almeno due libri. Il secondo libro, quello meno pieno di panni sporchi e che piace ai lettori di saggistica che vogliono dire agli amici che dal tomo che stanno leggendo imparano proprio tante cose, è un trattato sul commercio.

Dal quale scoprire come funziona la rivalità tra la Pepsi e la Coca per gli espositori nei supermercati, perché è bene avere una linea bio se scoppia qualche magagna negli allevamenti non altrettanto controllati, e soprattutto la frase che mi ha reso chiaro perché nel centro di Roma, quando ci andai a vivere più di trent’anni fa, non ci fossero supermercati, costringendomi a fare la spesa in negozi dove sei uova e una scatoletta di tonno costavano ventimila lire, una cifra all’epoca vertiginosa.

Era colpa di Richard Boogaart, e del suo «Milan is everything Rome is not», Milano è tutto ciò che non è Roma, motto veritiero quant’altri mai ma che convinse Bernardo Caprotti a non aprire supermercati sotto Arezzo.

In realtà in centro a Roma non c’erano neanche supermercati non Esselunga, credo dipendesse dal fatto che all’epoca i supermercati erano ancora considerati posti dove trovare parecchio assortimento e che quindi dovevano avere metratura ampia, e nessuno pensava di aprire quei supermercati grandi come monolocali che adesso infestano tutti i centri storici di tutte le città.

Ma questo dato di realtà non m’impedirà di dare la colpa a Boogaart e al suo studio sulla fattibilità realizzato negli anni Cinquanta – anni Cinquanta rispetto ai quali Roma non si è peraltro minimamente evoluta.

Il primo libro, quello per valorizzare il quale devo procurarmi il numero di Jesse Armstrong, è una faida familiare lunga un secolo, con personaggi diversi e nomi uguali (nelle generazioni dei Caprotti si alternano un Bernardo e un Giuseppe), e con tutto il Novecento a far da comparsa: Giorgio Bocca che fa assaggiare al bambino Giuseppe la bagna cauda, Audrey Hepburn che ha il figlio in collegio assieme agli eredi Caprotti, Rudolf Nureyev che rompe i bicchieri raggelando papà Bernardo, mamma Giorgina che ha in casa il busto di Lenin.

(C’è anche uno scorcio di secolo successivo, con Kendall Caprotti che subisce l’ennesima ingiustizia – deve pagare ventiquattro milioni di tasse di successione, e papà non ha pensato a lasciarglieli – e allora affitta ville e si ritrova a ospitare il set d’uno spot con Amber Heard, la cui vera fama dovuta alle cause contro l’ex marito Johnny Depp ancora non è giunta).

Ma, nel primo libro, ci sono soprattutto casini legali che in confronto nella famiglia Roy si volevan bene. Per darvi un’idea: Caprotti (il Caprotti che scrive) dice che non si possono dire le cifre dell’accordo finale con cui vengono liquidate le quote sue e della sorella, giacché c’è un accordo di confidenzialità. Riferisce valutazioni del totale dell’azienda di quattro miliardi di euro, di otto, ha l’aria di chi le pensa comunque al ribasso, precisa che solo l’e-commerce, nel 2020, era valutato un miliardo e duecento milioni.

Poi – mentre noialtri normali petuliamo da qualche notaio su chi abbia più diritti sul trumeau della nonna e quella borsetta l’aveva promessa a me e come si è permessa mia cugina di fregarsela – butta lì che l’esecutore testamentario di Caprotti (del Caprotti padre) per l’incomodo prende un milione di euro. Sono due miliardi di lire, se fate la conversione come me. Lasciatemi dire una cosa dei molto ricchi, diceva uno scrittore d’un secolo fa: sono diversi da voi e da me.

Io, per dire, leggendo pensavo sì a Jesse Armstrong, e al doppio binario della figlitudine (Violetta, la sorella dell’autore, veniva secondo il fratello considerata dal padre una più promettente businesswoman, mentre lui disprezzato in quanto umanista: è o non è questa la storia di rivalsa femminista ma anche di rivalsa su Benedetto Croce che aspettavamo?).

Ma, soprattutto, mentre gli eredi Caprotti si spartivano miliardi di euro (mentre a me fanno ancora impressione i miliardi di lire) per risarcire il trauma di quando papà non faceva salire a casa il cane; mentre l’esecutore testamentario aveva un gettone di presenza a forma del milione di Bonaventura; mentre accadeva tutto questo, io soprattutto pensavo all’unica cosa alla quale pensi a parte i soldi: sì, ma manca un capitolo che mi sveli come fare ad aumentare i punti fragola.