Le colpe di NetanyahuI risultati del Mossad e la figura misera dello Shin Bet

Il raid di Damasco conferma l’efficienza dello spionaggio esterno di Israele. A questa però fa da contraltare l’agenzia di intelligence interna, che con l’esercito è responsabile dell’impreparazione al pogrom del 7 ottobre, del successivo disastro umanitario e della strage di sette operatori umanitari di World Central Kitchen

AP/Lapresse

Una clamorosa e perfetta azione del Mossad a Damasco che elimina il vertice dei Pasdaran in Siria, seguita da una disastrosa azione dell’aviazione israeliana a Gaza che uccide sette operatori umanitari di World Central Kitchen. L’ennesima conferma che alla straordinaria efficienza delle strutture dello spionaggio esterno di Israele, il Mossad, fa da contrappeso una grave inefficienza dello Shin Bet, l’agenzia di intelligence interna, responsabile della Striscia di Gaza, già clamorosamente emersa nell’incapacità di segnalare i rumorosi preparativi a Gaza del pogrom del 7 ottobre.

L’uccisione a Damasco del generale dei Pasdaran, Mohammad Reza Zahedi – e del suo quartier generale durante una riunione con i dirigenti del Jihad islamico di Gaza – evidenzia una straordinaria penetrazione informativa degli agenti del Mossad in Siria nella struttura stessa dei Pasdaran. Struttura peraltro efficientissima e sorvegliatissima. Una penetrazione informativa, sia attraverso agenti infiltrati sia attraverso lo spionaggio di segnali elettromagnetici (Sigint), che ha permesso al Mossad negli anni scorsi di eliminare, in Libano, in Siria come addirittura in Iran, molti alti ufficiali di Hezbollah e dei Pasdaran e anche scienziati e dirigenti del programma nucleare e missilistico iraniano (come Moshe Fakhrizadeh, dirigente del progetto degli ayatollah per la costruzione della bomba atomica).

L’eliminazione di Mohammed Reza Zahedi e dei suoi collaboratori infligge un durissimo colpo al prestigio e alla operatività dell’Iran in Siria. Braccio destro del fondatore dell’Unità al Qods, il famoso generale Ghassem Suleimani (eliminato da un drone americano il 3 gennaio 2020), questo generale dei Pasdaran negli ultimi nove anni infatti ha organizzato in Siria, come comandante, la forza militare composta da cinquemila Pasdaran e da quindicimila membri delle Brigate Internazionali Sciite che, in una prima fase, ha salvato dal tracollo il regime di Bashar al-Assad e che ora minaccia direttamente Israele.

Non confinando con lo Stato ebraico, infatti, l’Iran ha dislocato ai suoi confini, appunto in Siria e in Libano, un consistente corpo di spedizione e decine di migliaia di missili. Un formidabile apparato militare iraniano, punta di diamante dell’Asse di Resistenza formato da Hamas, Jihad Islamico, Houti, Hezbollah e Iran, che minaccia pesantemente Israele da Nord e da Nord-Est ed è in grado sia di scatenare una guerra convenzionale sia una guerra asimmetrica. Tanto che proprio alla vigilia dell’uccisione del generale dei Pasdaran è scattato in Israele l’allarme per un possibile tentativo di replicare il pogrom del 7 ottobre da Nord, a opera di miliziani dí Hezbollah e del Jihad Islamico, sfondando con migliaia di uomini la barriera di confine col Libano e seminando morte nei kibbutz e nei villaggi al di là della frontiera.

Il colpo subito a Damasco dall’Iran, con l’eliminazione di un uomo chiave dell’apparato militare antisraeliano, per di più dentro un edificio del consolato, sia in termini operativi sia di prestigio è dunque enorme. E durissima è stata la reazione sia del presidente della Repubblica islamica Ebrahim Raisi sia di tutti i vertici del regime che minacciano una terribile ritorsione. Ma da anni, appunto dall’eliminazione nel 2020 di Ghassem Suleimani, in realtà l’Iran ha subìto gli attentati israeliani e americani senza riuscire a vendicarsi, tranne che con attacchi delle milizie sciite alle basi americane in Iraq.

L’unica opzione ritorsiva seria oggi può essere dunque un attacco in grande stile a Israele dal Libano da parte di Hezbollah, che è anche formalmente sotto il comando della Guida della Rivoluzione iraniana Ali Khamenei. Ma la situazione interna di un Libano dilaniato da uno spaventoso disastro economico e sociale lo rende improbabile.

È più probabile una massiccia intensificazione degli attacchi missilistici contro Israele dal Libano e dalla Siria, così come da parte degli Houti dallo Yemen. Sarebbe comunque una escalation del conflitto.

Quanto all’errore dell’aviazione che ha ucciso i sette operatori umanitari a Gaza, la causa più più probabile è un errore di segnalazione dell’obiettivo dal suolo. Si evidenzia così una carenza di informatori palestinesi attendibili a Gaza da parte dello Shin Bet e dello stesso Idf, l’esercito israeliano. Una deficienza gravissima che, come si è detto, è già stata causa della mancata reazione israeliana all’invasione dei tremila miliziani di Hamas il 7 ottobre.

Con tutta evidenza, i colpi che l’Idf è riuscito a mettere a segno contro i dirigenti di Hamas sul territorio sono stati più conseguenza dell’efficienza della Unità 8200, specialista in un raffinatissimo spionaggio elettronico, che della collaborazione di palestinesi arruolati dallo Shin Bet. Lo si è notato nella grande difficoltà israeliana di individuare con precisione la rete dei tunnel e dei rifugi dei miliziani di Hamas alla quale si è ovviato con massicci bombardamenti aerei di vaste zone abitate, ovviamente causa di molte morti di civili.

Il fatto è che una rete capillare di informatori palestinesi nei gangli di Hamas e sul territorio necessita di anni e anni – questa è appunto l’esperienza israeliana del Mossad in Libano, Siria ed Iran – per essere stesa. Ma nell’ultimo periodo, per responsabilità dei governi Netanyahu – e anche dei vertici militari e dello Shin Bet (peraltro nominati dallo stesso Netanyahu) – ha prevalso l’erratissima valutazione di un Hamas che si sarebbe limitato a sporadici lanci di razzi, incapace di qualsiasi minaccia seria contro la sicurezza di Israele.

Di conseguenza, nessuna rete capillare di informatori palestinesi è stata stesa nella Striscia. E così i tremila miliziani che hanno invaso Israele il 7 ottobre si sono potuti allenare alla complessa operazione senza che i loro pur evidenti movimenti venissero denunciati. Senza, per di più, che vi sia stato un controllo militare israeliano del confine e addirittura un forte presidio militare a difesa dei kibbutz e delle città vicine al confine con la Striscia. Da qui, da questo mancato allarme, i milleduecento morti e i seimila feriti israeliani nel pogrom.

Un errore fatale, un insufficiente o inesistente presidio israeliano del territorio di Gaza attraverso una solida rete di informatori, che porta oggi con sé ulteriori errori, come l’uccisione dei sette operatori umanitari che lo stesso premier Netanyahu ha definito «un tragico incidente che è costato la vita a sette operatori umanitari». Aggiungendo poi: «Le nostre forze hanno colpito involontariamente persone innocenti nella Striscia di Gaza. Succede in guerra. Ora stiamo facendo le nostre valutazioni e faremo di tutto affinché questa cosa non si ripeta».

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