
Io l’articolo sull’invasione dei turisti non volevo farlo, nonostante ogni dettaglio reale e razionale mi dicesse che era il tema su cui era giusto accanirsi. Nonostante quelli che in una frase ti dicono che non se ne può più delle città invase dal bestiame sceso da un Ryanair, e nella frase successiva si lamentano perché non trovano posto per farsi fare il passaporto. Nonostante l’Italia intera sia diventata la piazza Farnese dei miei venti o trent’anni. Nonostante ogni giorno ci sia una notizia da Barcellona o da Salonicco o da chissà dove. Io non lo volevo fare. Poi è arrivato Antonio Pascale.
«Voi dite, abbasso il turista e viva il viaggiatore. Ma diciamo la verità, è difficile distinguere il turista dal più nobile viaggiatore. Anche perché quando viaggiamo noi ci sentiamo Bruce Chatwin, gli altri invece sono sempre dei turisti, in sovrappeso e ignoranti (tranne quando ci chiedono un’informazione, che so, sul Pantheon e facciamo scena muta)». L’ha scritto Pascale sul Foglio un paio di settimane fa, in un articolo che parlava d’altro (uno di noi che quel che vogliamo dire lo mettiamo in una divagazione, in una parentesi, in un inciso, per far dispetto al lettore distratto di questo secolo analfabeta).
Un mio coetaneo di recente si lamentava che quand’eravamo giovani il passaporto te lo facessero in un giorno. Eh, ma è perché il passaporto lo chiedevamo in dodici, andare all’estero era una cosa che facevano in pochi, e per molti di quei pochi «estero» era al massimo una vacanza studio a Londra. Adesso i biglietti d’aereo costano un decimo d’una borsa di fascia media, e anche il garzone del fruttivendolo si fa il passaporto e parte per Miami invece di accontentarsi di Pinarella di Cervia. Arrivato in Florida sarà viaggiatore o turista? Dipende se lo chiedi a lui o agli altri. Dipende se va a vedere la casa di Hemingway o quella di Versace.
Overturisti (avrete notato che sembra il problema sia nato solo quando hanno trovato la parolina inglese per dirlo) sono sempre gli altri, così come evasori fiscali, parcheggiatori in seconda fila, privilegiati, fascisti, cornuti. Noi Chatwin da tutta la vita, da quando partivamo alle cinque di mattina per non trovare traffico e andarci ad accomodare, dopo otto ore d’autostrada soleggiata, in lettini a sette centimetri l’uno dall’altro in spiagge più affollate delle piste delle discoteche, e su quel decimetro quadrato di spiaggia a Gallipoli eravamo viaggiatori, mica turisti.
Questo non per dire che il problema non esista, certo che esiste e ne genera uno ben peggiore: la sicumera di coloro che di turismo campano. A vent’anni ma pure a trenta, facevo spesso colazione a piazza Farnese, a Roma. Abitavo lì vicino, ed era l’unico bar che avesse le brioche salate (pochissime, tenute in un piatto per pervertiti appoggiato sopra alla piastra per i toast, se non ti svegliavi presto arrivavi che erano già finite).
Un mattino, a un tavolino con un’amica, mi ero chiesta a voce alta come mai tutte le cameriere di quel bar ci trattassero da anni implacabilmente a pesci in faccia. Cioè, persino più a pesci in faccia di quanto sia normale per i romani. L’amica m’aveva guardata come si guarda una che ha fatto una domanda scema, e aveva detto: ci sarà sempre gente che vuol far colazione a piazza Farnese.
Era un po’ d’anni fa, ed era un problema elitario. Ce l’avevi a Venezia, in certi punti di Roma, alla National Portrait Gallery (dove noialtre fanatiche volevamo tutte il tavolo di quella scena di “Closer”), nei ristoranti resi famosi da “Sex and the city”. Adesso, è così ovunque.
A Bologna compravo una torta pazzesca che facevano in un negozio di tortellini, un posto qualunque che come ormai ogni posto qualunque ti fa pagare i tortellini quarantacinque euro al chilo. Un giorno mi hanno detto che non la facevano più. Ho chiesto se si potesse avere su ordinazione, e mi hanno guardata come un luminare della cardiochirurgia ti guarda se, invece di prendere appuntamento nelle ore di visita, gli vai a citofonare a casa. Fuori da quel posto qualunque ogni giorno ci sono decine di turisti in paziente fila che attendono di pagare i tortellini come fossero tartufo: perché i negozianti non dovrebbero tirarsela? Di cosa dovrebbero avere paura: che tu e la tua misera carta di credito non ci andiate più?
Vi avevo già parlato del mio tizio preferito, la guida che porta i poveri forestieri ad assaggiare salumi nei negozi di alimentari bolognesi, unica attrazione turistica d’una città senza monumenti, o gli spiega cosa sia un cappuccino come se quelli non avessero Starbucks a casa loro. Ormai ogni volta che lo vedo in giro mi fermo a spiarlo, e qualche settimana fa stava chiedendo a degli americani dove andassero dopo Bologna, quelli hanno risposto «Padova», e lui invece di suggerir loro di denunciare chi gli aveva organizzato il viaggio ha annuito entusiasta spiegando che Padova e Bologna avevano «a very similar vibe». Padova meta turistica. Pensa la guida locale che gli spiega lo spritz.
Io l’articolo su noialtri che ci sentiamo Chatwin perché trent’anni fa viaggiavamo col blocchetto di traveler’s cheques e guarda che progressi abbiamo fatto, che ci sentiamo Chatwin perché andavamo nei club vacanze con gli animatori che ci facevano fare le coreografie e ora guardaci in che avventurosi Airbnb dormiamo senza organizzazione, che ci sentiamo Chatwin perché veniamo da piccolissime borghesie con le vacanze ad agosto e a Natale e ora guardaci che chiamiamo i nostri tre giorni in costiera amalfitana «minibreak» come avessimo fatto le scuole americane, io l’articolo non lo volevo fare.
Avevo resistito al post del New York Times che rimandava a un articolo sul Cilento, articolo che ovviamente nessuno aveva letto ma post assalito da commenti di italiani che dicevano ai turisti americani di starsene a casa loro. Avevo resistito alla politicizzazione di tutto, se è roba di destra e sinistra la divisione per sessi negli sport figurati se non lo è il turismo, e quindi siccome la Santanchè dice che l’Italia può vivere di turismo a sinistra bisogna stigmatizzare il turismo, e offrirsi di aiutare i turisti americani a casa loro.
Poi è arrivato Mattia Carzaniga, che ieri su Rolling Stone ha raccontato che mette le foto delle vacanze su Instagram (esattamente come faccio io), ma senza taggare i posti (esattamente come faccio io), e che l’altro giorno un follower gli ha chiesto che posto fosse, e lui si è rifiutato di dirlo, nell’illusione mitomane che la tua Mustique resterà selvaggia non se ci si arriva solo con l’aereo privato, ma se non ne dai le coordinate ai passanti.
Come sempre quando ti specchi troppo nelle cose, il primo istinto è dire che non ti somigliano per niente. Il mio modo di prendere le distanze è stato non pensare a me ma a Marina La Rosa, che l’altro giorno ha aperto un box domande dalla sua casa di Alicudi, la cosa che fanno quelle di Instagram quando vogliono assicurarsi interazioni della versione contemporanea del tizio che salutava dietro la telecamera del tg.
Qualcuno le ha chiesto appunto di Alicudi, vorrei andarci, mi consigli dove mangiare e cosa vedere. Lei, invece di dire che Alicudi non è Riccione e la scelta è piuttosto limitata e non ti serve il tutorial, ha risposto stizzita «Non lavoro alla proloco». Stizzita dall’overtourism? In questa estate di sovraffollamento, Alicudi è diventata Gabicce?
Non lo so, ma mentre m’interrogavo su Marina La Rosa, e sul perché io la segua su Instagram ventiquattro anni dopo il primo “Grande fratello”, mi è tornato in mente il posto dal quale ogni anno posto foto entusiaste, e anch’io come Mattia, finché le mie storie di Instagram le vedevano tutti, mi guardavo bene dal rispondere a chi ne chiedeva le coordinate.
È un albergo che ha pochissime stanze, già non si trova mai posto, ci mancava solo che la folla che piange miseria e recessione ma poi duemila euro a notte per dormire sul mare ce li ha sempre me lo facesse trovare esaurito tutta la stagione. Ma tacere non è bastato, perché un giorno una follower mi ha scritto che riconosceva la vista sugli scogli dalla stanza in cui era stata il mese prima. Ecco perché il mese prima non avevo trovato posto, ’sta stronza. Overturista non ero mica io, non scherziamo: era quella che mi aveva preceduto, dechatwinizzandomi lo scoglio.