Da quando Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali il 4 novembre 2024, Linkiesta si è impegnata ogni giorno per rivelare il volto populista, autoritario, mafioso della sua amministrazione. Prima ancora dell’insediamento del 20 gennaio 2025, nei due mesi e poco più tra la vittoria elettorale e l’inizio del mandato, sapevamo che l’America governata da un manipolo di uomini votati al malaffare avrebbe rappresentato una minaccia per il mondo libero, per l’Occidente, per la stessa democrazia americana. In quei giorni di transizione abbiamo raccontato lo sfaldamento dell’opposizione democratica, l’apprezzamento per l’autoritarismo di una parte della popolazione statunitense, il tradimento dell’Ucraina che già si vedeva arrivare, l’abbandono dell’alleato europeo, la fine di una certa idea di America.
Dal 20 gennaio 2025 parlare ogni giorno dell’amministrazione Trump significa cercare disperatamente un disegno che spesso non c’è. Per questo l’abbiamo definita, nelle parole del direttore Christian Rocca, una puntata della Zanzara con in mano i codici della bomba atomica. E quando invece c’è un piano, c’è un pensiero strategico, non è mai quello di una democrazia liberale, ma un programma più simile al piano di una cosca mafiosa che fa solo gli interessi della sua cricca. Lo abbiamo visto con le criptovalute, con la deriva antiscientifica, con la repressione degli avversari politici negli Stati a maggioranza democratica con le sue squadracce, o con tutti i piccoli e grandi interessi personali che il presidente antiamericano sta coltivando da oltre un anno grazie ai poteri concessigli dalla democrazia.
Ogni volta cerchiamo di raccontare l’amministrazione Trump per quel che è, un sistema eliocentrico, una corta in cui al centro c’è l’uomo sul trono che si sente re e tutto intorno un dispiegamento di cortigiani, vassalli e lacchè, selezionati con cura per mettere in pratica un assassinio della più antica democrazia mondiale. E questa la principale differenza con il primo mandato di Trump: allora c’erano ancora diversi uomini e donne, nel Partito Repubblicano, nelle agenzie federali e nell’amministrazione stessa, che facevano da argine alla follia trumpiana. Adesso di argini non ce ne sono più. Gli uomini del presidente sono tutti a immagine e somiglianza del trumpismo, esponenti del mondo Maga, illiberali, autoritari e quant’altro. Raccontare le follie di quest’amministrazione vuol dire quindi parlare anche dei nomi e dei volti che mettono in pratica ogni giorno quelle mattane pensate per sfigurare il volto della democrazia liberale americana.
Il primo, forse il più pericoloso di tutti, se non altro per il ruolo che ricopre, è il vicepresidente J.D. Vance, una versione di Trump cinica, preparata e fredda, quindi ancora più pericolosa dell’originale. Un gradino più in basso ci sono Marco Rubio e Mike Waltz, i volti della politica estera trumpiana, e l’inquietante Segretario della Difesa – pardon, della Guerra – Pete Hegseth. Poi il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, con i suoi metodi da neonazista e il compito di assecondare ogni pulsione autoritaria del presidente. E poi c’è il consigliere economico della Casa Bianca, Peter Navarro; il numero uno dell’Fbi, Kash Patel; il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh; il direttore dell’Ufficio per il bilancio della Casa Bianca, Russell Vought; il ministro per la Salute, Robert Kennedy Jr. (Rfk), l’improbabile nipote di Jfk; l’ormai ex alto comandante della U.S. Border Patrol, Gregory Bovino, il vero volto dello squadrismo trumpiano.